domenica, 05 luglio 2009

Chi ha detto che gli sciacquoni non possono essere arte?

Chi di voi non ha mai sognato di avere uno bello sciacquone artistico e di buttar via quella stupidissima e volgare cassetta bianca che sa tanto di preistoria?

A tutti coloro che lo hanno sempre sognato do oggi la risposta!

GlassToilets, infatti, una società di articoli per bagni nata in Canada, ha creato una serie di sciacquoni artistici. Il contenitore è completamente trasparente e all’interno, oltre all’acqua, si scorgono vari elementi decorativi. Potrete trovare un magnifico modello acquario, un altro con una vaschetta per la tartarughina,un paesaggio sommerso, un laghetto con le anatre o un bel giardino zen e molti altri ancora…(In fondo all’articolo le altre foto!) Potete anche personalizzare il vostro sciacquone! Spazio alla fantasia e alla creatività quindi!
Il prezzo medio di ogni sciacquone è di 295 $ canadesi, pari a circa 212 €.

Ecco alcune foto per rendere l’idea:

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sabato, 04 luglio 2009

I toscani e gli Etruschi? Nessuna «parentela»
A stabilire la discontinuità genealogica tra le popolazioni attuali e quelle che nell’età del bronzo abitavano la stessa regione, è un nuovo studio condotto da ricercatori delle Università di Firenze, Ferrara, Pisa, Venezia e Parma

Ed ecco che arriva la scienza a sfatare un mito caro, anzi, carissimo a tutti i toscani: gli attuali abitanti della Toscana non discendono dagli Etruschi. A stabilire la discontinuità genealogica tra le popolazioni attuali e quelle che nell’età del bronzo abitavano la stessa regione, è un nuovo studio condotto da ricercatori delle Università di Firenze, Ferrara, Pisa, Venezia e Parma, pubblicato on line su Molecular Biology and Evolution.

LO STUDIO - La ricerca ha preso in considerazione anche campioni di Dna mitocondriale relativo a individui vissuti in età medievale (tra il X e il XV secolo) che sono stati comparati con reperti contemporanei e con quelli etruschi. Sulla base di questi dati, se tra i Toscani del medioevo e gli attuali esiste una chiara relazione genetica, il rapporto con quelli del 1000 A.C. non è provato. «Qualcuno ha ipotizzato che le sequenze del Dna più antico, di epoca etrusca appunto, potessero contenere degli errori o essere state contaminate – spiegano David Caramelli dell’Università di Firenze e Guido Barbujani dell’Università di Ferrara – ma test condotti con nuovi metodi escludono questa ipotesi. La spiegazione più semplice è che la struttura della popolazione toscana ha subito nel primo millennio avanti Cristo importanti cambiamenti demografici». L’interpretazione dei dati scientifici non implica necessariamente che gli Etruschi si siano estinti. È possibile che in particolari località isolate siano rimaste tracce della loro eredità genetica, e i gruppi di Ferrara e di Firenze stanno già lavorando con nuovi metodi statistici per individuarle. Ma nel complesso è evidente che «immigrazioni e emigrazioni forzate hanno diluito l’eredità genetica etrusca tanto da renderne difficile il riconoscimento» continua Caramelli.

DIBATTITO ACCESO - Lo studio entra indirettamente anche nell’acceso dibattito aperto sulle origini degli Etruschi. «E’ interessante che alcune ricerche abbiano dimostrato una somiglianza genetica fra i toscani attuali e le popolazioni dell’Anatolia, ma questi studi ci direbbero qualcosa sulle origini degli Etruschi solo se si dimostrasse una continuità genetica tra Etruschi e toscani contemporanei, mentre il nostro studio fa pensare che sia vero il contrario».

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venerdì, 03 luglio 2009

Salute dei denti: succhi di frutta e spremute rovinano lo smalto

03 luglio 2009

orange juiceMa come, non ci raccomandano altro che bere tante spremute di frutta fresca e favorire i succhi alle bibite troppo gassate e zuccherate e poi scopriamo che fanno male ai denti? Proprio così, infatti i dentisti americani lanciano l’allarme evidenziando cifre davvero paurose. Pare che l’acido contenuto nella spremuta d’arancia sia così potente da riuscire a rovinare i denti anche in maniera grave. Addirittura sarebbe più potente del perossido di idrogeno, già piuttosto aggressivo, contenuto nei prodotti sbiancanti.

La soluzione non esiste, a meno che non si smetta definitivamente di bere certe bevande. Però si possono adottare accorgimenti capaci di ridurre l’impatto degli acidi sullo smalto dei denti: per esempio evitando di bere queste bibite troppo lentamente facendole restare a lungo in bocca, lavandosi i denti con maggiore frequenza e bevendole preferibilmente durante i pasti, in modo da attutire l’effetto sui denti.

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giovedì, 02 luglio 2009

"Meno tumori tra i vegetariani"
Lunga e sistematica ricerca in Gran Bretagna conferma le stime: chi evita la carne ha il 12% in meno di possibilità di ammalarsi, il 45% nel caso delle leucemie

di ENRICO FRANCESCHINI

<b>"Meno tumori<br/>tra i vegetariani"</b>
LONDRA - E' un diffuso luogo comune: mangiare più frutta e verdura fa bene alla salute. Ora una vasta ricerca rivela che non solo ciò è vero, ma chi fa una dieta vegetariana ha meno probabilità di ammalarsi di cancro rispetto a chi fa una dieta a base di carne. Non è la prima volta che un'affermazione di questo genere proviene dalla comunità scientifica internazionale: la novità, tuttavia, è che non c'era mai stato uno studio così ampio e prolungato nel tempo sulla questione. I risultati sono impressionanti: i vegetariani hanno il 45 per cento di probabilità in meno di ammalarsi di cancro del sangue e un 12 per cento in meno di ammalarsi di qualsiasi tipo di cancro, rispetto a coloro che fanno una dieta carnivora.

Pubblicato sul British Journal of Cancer e ripreso oggi con grande rilievo dalla stampa nazionale britannica, lo studio ha seguito lo stato di salute di 61 mila persone nel corso di 12 anni. "Ricerche precedenti avevano indicato che la carne può aumentare il rischio di cancro all'intestino, cosicché i nostri risultati sono apparsi plausibili da questo punto di vista", dice al quotidiano Guardian di Londra la dottoressa Naomi Allen, ricercatrice del Cancer Research della Oxford University e co-autrice del rapporto. "Ma non sappiamo perché il cancro del sangue ha un'incidenza più bassa nei vegetariani". La differenza, un 45 per cento di probabilità di ammalarsi in meno, è enorme, e riguarda sia la leucemia che altri tipi di cancro del sangue. Non solo, ma chi si nutre di verdura, frutta e pesce, evitando la carne, ha anche il 12 per cento di rischio in meno di ammalarsi di qualsiasi altro tipo di tumore, afferma la ricerca.

"Sono dati significativi", osserva la dottoressa Allen, "anche se vanno presi con un po' di cautela poiché si tratta del primo ampio studio di questo genere in materia. Abbiamo bisogno di farne altri e di saperne di più. Per esempio dobbiamo scoprire quale aspetto di una dieta a base di verdura, frutta e pesce protegge dal cancro. E dobbiamo stabilire quanto influisce positivamente una dieta vegetariana, così come quanto influisce negativamente una a base di carne". Lo studio fa parte di un progetto internazionale a lungo termine chiamato "European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition", che andrà avanti, ad Oxford e in altri centri di ricerca sul cancro.

Altri studi hanno comunque già dimostrato che mangiare carne, o perlomeno mangiarne troppa, può essere nocivo. Non solo per la salute degli umani, tanto per cominciare, ma pure per quella del pianeta: l'anno scorso un rapporto della Commissione dell'Onu sul Cambiamento Climatico ha esortato a rinunciare alla carne almeno una volta alla settimana poiché la produzione di carne, ovvero gli allevamenti di bovini, produce da sola un quinto delle emissioni di gas nocivi. Un rapporto della World Cancer Research Fund, dua nni or sono, ha raccomandato di non mangiare più di 300 grammi di carne alla settimana a causa del rapporto tra una dieta altamente carnivora e il cancro all'intestino. E nel 2005 uno studio finanziato dal Medical Research Council britannico e dalla International Agency for Research on Cancer, ha riscontrato che mangiare due porzioni di carne al giorno, l'equivalente di un panino con la pancetta e di una bistecca, aumenta del 35 per cento il rischio di cancro all'intestino.

(1 luglio 2009)

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categorie: salute
mercoledì, 01 luglio 2009

L’ordinanza
«Fecondazione assistita anche per coppie non sterili»
Il tribunale di Bologna: sì all’analisi preimpianto dell’embrione

ROMA — Saltano gli stec­cati della legge sulla feconda­zione artificiale, sotto i colpi dei giudici. Un’ordinanza del tribunale di Bologna deposi­tata due giorni fa aggiunge novità e rafforza, con una se­rie di chiarimenti, la senten­za della Corte Costituzionale dello scorso marzo che in pra­tica aveva abbattuto i paletti più invisi alla comunità scientifica.

Le tecniche potranno esse­re utilizzate anche da coppie non sterili che hanno già avu­to bambini concepiti natural­mente, ma che sono nati con gravi patologie di origine ge­netica. Si afferma che «il di­vieto di diagnosi preimpian­to pare irragionevole e incon­gruente col sistema normati­vo se posto in parallelo con la diffusa pratica della dia­gnosi prenatale, altrettanto invasiva del feto, rischiosa per la gravidanza, ma perfet­tamente legittima». Questa procedura deve dunque esse­re ritenuta «ammissibile co­me il diritto di abbandonare l’embrione malato e di otte­nere il solo trasferimento di quello sano».

L’ordinanza dispone inol­tre che si proceda «previa dia­gnosi preimpianto di un nu­mero minimo di 6 embrio­ni ». Il medico deve eseguire i trattamenti in modo da assi­curarne il miglior successo «in considerazione dell’età e del rischio di gravidanze plu­rigemellari pericolose» e de­ve provvedere al congelamen­to «per un futuro impianto degli embrioni risultati ido­nei che non sia possibile tra­sferire immediatamente e co­munque di quelli con patolo­gia ». L’ordinanza, firmata da Chiara Gamberini, risponde a una coppia fiorentina che si era rivolta al centro Tecno­bios di Bologna per avere un secondo figlio dopo aver pro­vato il dolore di un bambino colpito da distrofia di Du­chenne, trasmessa dalla ma­dre. Il centro aveva dichiara­to di non poter analizzare l’embrione. I genitori lo scor­so luglio avevano presentato un ricorso attraverso Gianni Baldini, esperto di biodiritto. Il tribunale si è espresso dopo la Consulta che ha smontato alcuni dei divieti. Secondo Baldini «i giudici bo­lognesi offrono un contribu­to decisivo per la corretta in­terpretazione della legge 40 da parte della Consulta. Dub­bi e spiegazioni strumentali vengono spazzati via. Altri non sono stati cancellati. Vie­ne riconosciuto alla coppia non sterile ma che ha già fi­gli il diritto alle tecniche del­la provetta». La sentenza del­la Corte aveva lasciato spazio ad alcuni interrogativi. Se­condo il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella la diagnosi preimpianto sareb­be rimasta comunque impra­ticabile mentre la produzio­ne di un numero di embrioni superiori a 3 e congelamento avrebbero avuto limiti stret­ti.

Margherita De Bac
01 luglio 2009

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categorie: bioetica

Alluminio: in Europa recuperato oltre il 60% delle lattine per bevande

30 giugno 2009

Vola, in Europa, il recupero di lattine di alluminio. Lo confermano i dati pubblicati dall’Associazione europea dei produttori di alluminio (Eaa), relativi alla quota complessiva di recupero di lattine per bevande nei paesi dell’Europa Occidentale.

Il trend e’ in crescita: il recupero ha raggiunto nel 2007 il 61,8% dell’immesso al consumo, con un incremento del 10% rispetto al 2005. Il numero totale delle lattine in alluminio per bevande consumate in Europa è passato infatti dai 28,3 miliardi di pezzi del 2006 ai 32 miliardi del 2007, che rappresentano, sul totale del packaging in alluminio utilizzato in Europa, una quota prossima al 70%.

Ma lo sforzo non è sufficiente: l’incremento del 10% di crescita della quota di riciclo corrisponde ad un risparmio di gas serra pari ad oltre 300mila tonnellate, ma non abbastanza per gridare al successo. Anche l’associazione ammette che c’è ancora molta strada da fare soprattutto per potenziare la raccolta. L’Eaa raccomanda quindi alle pubbliche amministrazioni e agli operatori dei servizi di gestione dei rifiuti di investire in misure per incrementare raccolta e selezione e in interventi volti all’adozione delle più innovative tecnologie per la selezione e il riciclo.

Una lattina realizzata con alluminio riciclato garantisce un risparmio di energia del 95%, rispetto ad una fatta interamente con alluminio primario, un incentivo importante per investire nell’aumento delle quote di materiale riciclato. In Italia, il consorzio dedicato al recupero dell’alluminio, il Cial, è impegnato per incrementare attraverso tutte le forme di raccolta, trattamento e recupero disponibili, l’ intercettazione di tutte le tipologie di imballaggi in alluminio e non solo di alcune frazioni, come avviene nella maggior parte degli altri Paesi Europei e per recuperare materiali non solo attraverso la raccolta differenziata, ma anche attraverso tutte le altre forme di trattamento. Che si tratti di una strategia vincente è dimostrato dai dati del 2008, che secondo il Cial avrebbero registrato un volume pari al 63,6% di recupero totale.

Via | Eaa
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categorie: ecologia
martedì, 30 giugno 2009

Combattere le zanzare con mezzo bicchiere d'acqua. Intervista a Fabio Grattarola

29 giugno 2009

mezzo bicchiere d'acqua per combattere le zanzare Prendo spunto dal post di Missunderstanding relativo alla lotta biologica alle zanzare tigre e dai vostri commenti e telefono a Fabio Grattarola tecnico agronomo all’Assessorato all’Ambiente del Comune di Aqui Terme e gli chiedo come funziona esattamente la lotta biologica alla zanzara tigre adottata dal suo comune.

Mi spiega Grattarola che è molto semplice:

Per una ovitrappola è sufficiente un bicchiere di plastica nero riempito per metà di acqua e lasciato nel terreno per non più di 5 giorni. E’ così possibile attrarre la femmina che depone le sue uova. Dopo 5 giorni si svuota l’acqua nel terreno e le uova che vi sono state deposte o le larve che si sono formate al contatto con il suolo e senza acqua muoiono.

D.: Non si deve aggiungere alcuna sostanza chimica?

R.: No nulla basta della semplice acqua.


D.: Ma è così facile combattere la zanzara tigre?

R.: Si se se seguono queste semplici procedure. La zanzara tigre è un insetto stanziale, percorre al massimo nella sua vita 150-200 mt e dunque è facile attirarla in una ovitrappola.

D.: I comuni dovrebbero organizzarsi e concordare tra di loro una strategia integrata per combattere le zanzare?

R.: Possono anche non farlo. Se si adotta una strategia di questo tipo comune lo si fa perché si usa lo stesso tipo di bicchiere, con le stesse dimensioni che contiene la stessa quantità di acqua e che va vuotato entro un certo numero di giorni. Questo apppunto per assicurare che sia una trappola per catturare uova e non per produrre zanzare.

D.: Come si possono combattere le altre zanzare?

R.: Si può usare lo stesso metodo magari aggiungendo nell’acqua delle pasticche di bacillus thurinsiesis israelensis per combattere anche le altre larve o uova. Il batterio è attivo per tre/quattro giorni, quindi il bicchiere va comunque svuotato e mi raccomando non nei tombini ma nel terreno.

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lunedì, 29 giugno 2009

Nel 2007 sono stati spesi 3 milioni di euro per prestazioni e farmaci
Il dolore di tutti i giorni. Che non si cura
In Italia 200 centri per 12 milioni di malati. Sei mesi per una visita. Emicrania e mal di schiena i più diffusi

Il dolore cronico è una malattia, e non un sintomo. Va diagnostica­to e curato. Lo dice l’Organizza­zione mondiale della Sanità (Oms), lo affermano le scuole di medicina più all’avanguardia, lo ribadiscono economisti sanitari, conti alla mano. È stato calcolato negli Stati Uniti che solo il mal di schiena costa ben 100 miliardi di euro all’anno in ore di la­voro perse, farmaci sbagliati e ricove­ri per le conseguenze di una terapia non appropriata. Se ben trattato, l’80 per cento di questa spesa sarebbe uti­lizzabile in altro modo. In Italia, 3 milioni di euro sono sta­ti spesi nel 2007 per prestazioni e far­maci a causa del dolore e 3 milioni sono le ore lavorative perse in un an­no.

Secondo un’indagine Istat, poi, nel 23% dei casi i pazienti dichiarano di aver dovuto cambiare la propria posizione sociale: quasi il 20% dei pa­zienti ha perso l’impiego (ogni anno in media i pazienti perdono per ma­lattia 15 giorni lavorativi), il 28% è stato costretto a un cambio peggiora­tivo di mansione, il 20% ha cambiato lavoro. Chi è colpito ha un’età media di 48 anni. Età in cui non è bello ritro­varsi a spasso e sofferenti. Cifre enormi, perché enorme è l’in­cidenza del dolore cronico non da cancro: un cittadino su cinque, ame­ricano o italiano che sia. Il 20% della popolazione adulta europea, con pic­chi in Norvegia, Belgio e Italia (a pari merito con la Polonia). Sessanta mi­lioni sono i sofferenti negli Stati Uni­ti, 75 milioni in Europa, 12 milioni in Italia. E solo per il 7 per cento di que­sti un cancro ne è la causa. Curiosità: di dolore cronico soffre un terzo di tutte le casalinghe europee. Il mal di schiena è al primo posto per giorni di lavoro persi e qualità di vita rovinata: negli Stati Uniti ne sof­fre il 30% di chi si reca dal medico per una cura analgesica. Il mal di te­sta (emicrania, cefalea), al secondo posto, con il 20-25%. Poi c’è un 45% dovuto a patologie osteoarticolari da suddividere tra schiena e articolazio­ni, tra malattie degenerative e eredi­tà di traumi da sport o incidenti. Per arrivare a malattie come l’artrite reu­matoide. E non va dimenticato il clas­sico «fuoco di Sant’Antonio». Quando si soffre, in pochi casi in Italia vi sono specialisti competenti. Paese, il nostro, dove per tradizione e cultura soffrire sembra un obbligo. Il più delle volte la cura è per sentito dire. Se va bene c’è il consiglio del farmacista, se va male il classico an­ti- infiammatorio di cui i cassetti de­gli italiani sono pieni. Spesso il dolo­re resta ma è lo stomaco a soffrire. I centri specializzati (diagnosi e tera­pia del dolore adeguata) sono circa 200 e 3-6 mesi sono i tempi d’attesa per una visita specialistica. Chi è dila­niato dal mal di testa può aspettare sei mesi? Soffrire non è un obbligo, ma in Italia sembra che ancora lo sia. Nella cura del dolore, inquadrato come ma­­lattia, il mondo ha fatto passi da gi­gante soprattutto negli ultimi dieci anni. «Oggi si può affermare che il 90% di chi soffre trova la giusta cura. L’importante è proporla», dice Paolo Mariconti, presidente della sezione milanese della Fondazione Isal.

La medicina italiana, inoltre, ha l’etichetta di «oppiofobica» pur es­sendo morfina e suoi derivati uno dei parametri su cui si basa l’Oms nel valutare una corretta terapia del dolore. L’Italia è ancora ultima in Eu­ropa e tra i Paesi ricchi in numero di dosi utilizzate. Anche se, a piccoli passi, sembra avviarsi nella direzio­ne giusta. Lo confermano i dati del Centro studi Mundipharma: «Per quanto riguarda l’impiego di farmaci oppioidi nella terapia del dolore cro­nico, si evidenziano in Italia i primi importanti segnali di crescita. Nono­stante continui ad occupare l’ultimo posto in Europa per spesa e consu­mo procapite (rispettivamente: 0,74 euro e 69,12 milligrammi a testa), è il nostro Paese ad aver registrato il maggiore incremento nel 2008 rispet­to all’anno precedente, con un più 23,83% sulla spesa per singolo cittadi­no, contro un più 6,76% della media europea. Ma dipende dal terreno da recuperare, che è molto. Tradotto: se nel 2006 le dosi vendute bastavano a non far soffrire la metà dei malati ter­minali di cancro (65 mila), nel 2008 si è saliti al 70% (circa 95 mila). Que­sto, però, senza curare il dolore croni­co non da cancro. Una delle difficoltà era la prescrizione di questi farmaci. Oltre all’oppiofobia della nostra me­dicina, c’era la burocrazia. Rimossa soltanto ora dal viceministro Ferruc­cio Fazio, che ha dato ordine a Guido Fanelli, coordinatore della commis­sione ministeriale per la terapia del dolore e le cure palliative, di riforma­re «radicalmente» il settore.

Primo atto del viceministro Fazio, con ordinanza in vigore dal 20 giu­gno 2009, azzerare la burocrazia per farmaci anti-dolorifici quali gli op­pioidi: niente più ricettari speciali, né registri di entrata e di uscita, né obbligo di conservarli in armadi chiusi a chiave. Insomma sono diven­tati anche per la burocrazia italiana farmaci normali, prescrivibili come gli altri e non come «sostanze stupe­facenti ». C’è poi un disegno di legge sul trat­tamento del dolore che prevede una rete di centri specialistici e i medici di famiglia come primo cardine della terapia. In commissione, il ddl è sta­to criticato dall’ex ministro della Sa­lute Livia Turco. Soprattutto per la mancanza di fondi. «Francamente siamo un po’ stupiti dal fatto che su un tema per sua natura sottratto alla contesa politica, come la cura del do­lore, si accendano polemiche da par­te dell’opposizione — commenta Mauro Martini, presidente nazionale del sindacato Snami —. Come medi­ci di famiglia, che ogni giorno hanno a che fare con i pazienti che soffro­no, riteniamo fondamentale che si sia imboccata la strada giusta». L’obiettivo di Fazio è quello di un «territorio senza dolore». Con quali fondi? Spiega Fanelli: «Il 25 marzo 2009 la conferenza Stato-Regioni ha approvato la proposta di Fazio nel de­stinare a progetti sul dolore 100 mi­lioni di euro ricavati dagli obiettivi di piano delle Regioni (un miliardo e 400 milioni di euro per obiettivi spe­cifici). Cento milioni all’anno, per tre anni: 94 al dolore in generale, mezzo milione per un osservatorio naziona­le su organizzazione e sprechi, 4.5 mi­lioni all’anno alle cure palliative. Il Veneto ha già presentato un proget­to di legge. Il ministero ha poi stan­ziato 300 mila euro per il 2008 per un progetto pilota di tutor per formare medici di famiglia in Veneto, Emilia Romagna, Lazio e Sicilia. Il progetto è già partito». Sprechi? Risponde Fanelli: «In un anno più di 50 mila morti con neo­plasia in reparti per acuti, nonostan­te gli hospice, con un milione di gior­nate di degenza pari a 346 milioni di euro di spreco. Quei malati non pos­sono stare in reparti per acuti, ma o negli hospice o assistiti a casa». Tutti soldi che sarebbero stati utili alla re­te «territorio senza dolore».

Mario Pappagallo
29 giugno 2009

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domenica, 28 giugno 2009

Rimedi contro l'alito cattivo: il caffè

rimedi alito cattivo27 giugno 2009 - Forse non tutti sanno – o forse lo sapevano tutti meno gli scienziati di Tel Aviv che si fregiano della “scoperta” – che un chicco di caffè in bocca aiuta a risolvere il fastidioso problema dell’alito cattivo. Il perché probabilmente nessuno avrebbe saputo dirlo ma a questo hanno pensato i suddetti scienziati che hanno iniziato cercando di indovinare perché il caffè provoca a volte l’alito cattivo ma sono arrivati a scoprire che in realtà il caffè combatte la fiatella anziché provocarla.

Il motivo? In effetti non l’hanno ancora capito, ma si sa che l’effetto del caffè sui gas maleodoranti che risalgono dallo stomaco è decisamente positivo: li neutralizza. Ulteriore conferma che la saggezza popolare ha ancora una volta ragione, visto che il rimedio del chicco di caffè in bocca circola da decenni pur senza la ratifica della scienza.

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giovedì, 25 giugno 2009

In tutto il mondo solo sei bambini sono nati con questa tecnica
Rimane sterile dopo la chemioterapia. Partorisce grazie a un'ovaia congelata
Prelevata alla 23enne prima di iniziare la terapia, le è stata poi trapiantata con successo. Quindi la gravidanza

PARIGI - Caso senza precedenti in Francia: una donna, diventata sterile dopo un'intensa chemioterapia, ha partorito una bambina grazie al trapianto di una delle ovaie che le era stata prelevata anni prima e conservata in congelatore. Rachel Barbier, 23 anni, fin dall'infanzia soffriva di una forma grave di drepanocitosi, una malattia del sangue per cui ha dovuto subire un trapianto di midollo osseo.

DUE TENTATIVI - Prima della chemioterapia, nel 2005, aveva accettato di farsi prelevare un'ovaia, sperando di poter restare incinta in futuro. L'operazione era stata portata a buon fine all'ospedale di Besancon dallo staff del dottor Germain Agnani: l'ovaia è stata congelata e conservata a -196 gradi nell'azoto liquido. Una volta che Rachel è guarita, nel 2008, il tessuto ovarico è stato scongelato e trapiantato con successo nel corpo della donna nell'ospedale di Limoges dal professor Pascal Piver. Una prima gravidanza è stata extra-uterina, ma la seconda è andata bene e Rachel ha messo al mondo Ysaline, una bambina di 3,7 chili.

SEI CASI NEL MONDO - In tutto il mondo solo sei bambini sono nati con questa tecnica: tre di loro hanno avuto bisogno di una fecondazione in vitro. In Francia, spiega il dottor Christophe Roux dell'ospedale di Besancon, «esistono un centinaio di prelievi ovarici effettuati su ragazze o bambine che potrebbero subire un'operazione in futuro».

25 giugno 2009

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categorie: bioetica
mercoledì, 24 giugno 2009

ALIMENTAZIONE
Il mix segreto delle industrie che ci tiene ostaggi del cibo

Best seller Usa denuncia: così le industrie alimentari creano dipendenza verso i loro prodotti. Una sapiente miscela di zuccheri, sali e grassi: quasi impossibile resistere. Ma una via d'uscita c'è 


di TARA PARKER-POPE


<b>Il mix segreto delle industrie<br/>che ci tiene ostaggi del cibo</b>
NEW YORK - Nelle vesti di responsabile della Food and Drug Administration, il dottor David A. Kessler ha ricoperto il suo incarico sotto due presidenti, combattendo molte battaglie al Congresso e contro le multinazionali del tabacco. Ma ha scoperto di essere totalmente indifeso nei confronti di un semplice biscotto al cioccolato. Kessler ha condotto su se stesso un piccolo esperimento: per mettere alla prova la propria forza di volontà, si è comperato due bei biscotti succulenti con pezzetti di cioccolato, intenzionato a non mangiarli. A casa sua si è ritrovato a fissarli, molto spesso. Una volta uscito senza averli toccati si è sentito vincente. Ma appena ha visto dei biscotti analoghi nella vetrina di un bar si è fermato e ne ha ingurgitato subito uno.

"Perché quei biscotti hanno un simile potere su di me?" si è chiesto Kessler. "È il cioccolato a rendermeli irresistibili? O il pensiero del biscotto che mi frulla nella testa? Ho trascorso sette anni a cercare di trovare una risposta a questo quesito". La risposta che il dottor Kessler ha finalmente trovato è contenuta in un libro appena uscito che si intitola The end of overeating: taking control of the insatiable american appetite ("La fine dell'eccessivo consumo di cibo: come tenere sotto controllo l'insaziabile appetito americano").

Quando dirigeva la Food and Drug Administration, Kessler ha modernizzato e reso più efficiente l'agenzia, ha esercitato pressioni per un'approvazione più tempestiva di alcuni farmaci, ha sovrinteso alla creazione di etichette standard da apporre agli alimenti con i dati nutrizionali del prodotto. È forse ancora più famoso per aver svolto indagini sul fumo, per aver cercato di applicare severe normative all'industria del tabacco, ed è sempre lui ad aver accusato i produttori di sigarette di aver manipolato il contenuto della nicotina perché creasse dipendenza nei fumatori.

Ora, nel suo libro, Kessler riporta di aver riscontrato alcune affinità tra le strategie adottate dall'industria del tabacco e quelle del settore alimentare, che riesce a mettere in commercio cibi in grado di instaurare nel cervello un desiderio forte e pressoché irresistibile di consumarne di più. Se si parla di semplice stimolazione cerebrale, ha fatto notare Kessler, di per sé i singoli ingredienti non sono particolarmente potenti, ma combinando grassi, zucchero e sale in innumerevoli modi, i produttori di alimenti hanno in un certo senso fatto breccia nel sistema cerebrale dell'auto-gratificazione, creando un circolo vizioso di feedback che stimola incessantemente il nostro desiderio di mangiare, lasciandoci smaniosi di continuare a farlo, anche quando siamo sazi.

Il dottor Kessler non è sicuro che i produttori di alimenti comprendano fino in fondo i principi neuroscientifici delle forze che hanno scatenato, ma di certo le aziende alimentari conoscono bene il comportamento umano, le preferenze, i gusti, i desideri del palato. Nel suo libro, egli descrive in che modo ristoratori e aziende alimentari impastino gli ingredienti di base fino a raggiungere quello che egli ha denominato "il punto di massima estasi". Vi sono catene di ristoranti come Chili's, è uno degli esempi del libro, che offrono "cibo estremamente appetibile, che richiede di essere masticato poco e va giù con grande facilità". Kessler riporta anche il caso delle barrette di cioccolato Snickers, prodotte con "tecnica straordinaria": quando le si mastica, infatti, lo zucchero si scioglie, il grasso si fonde, il caramello avvolge le noccioline così che la confluenza di più aromi porti il palato a provare un'esperienza quasi estatica.

Gli alimenti ricchi di zuccheri e grassi sono arrivati soltanto in tempi relativamente recenti nel panorama alimentare: il dottor Kessler osserva però che oggi gli alimenti sono qualcosa di più che una semplice combinazione di più ingredienti. Vi sono infatti creazioni estremamente complesse, farcite strato dopo strato di sapori stuzzicanti che danno vita a livello cerebrale a un'esperienza multisensoriale. "Il mio obiettivo - scrive Kessler - è spiegare alle persone quello che accade a livello cerebrale quando mangiano un dato alimento, e spiegare loro in che modo il loro cervello sia letteralmente prigioniero di quell'alimento".
Il libro di Kessler, un best seller nella classifica del New York Times, contiene anche la candida ammissione da parte dell'autore di non sapersi controllare e di mangiare in eccesso. "Probabilmente non mi sarei interessato a cercare di capire per quale motivo non sappiamo resistere di fronte a certi cibi se io stesso non lottassi di continuo contro questo fenomeno: ho perso chili e li ho ripresi più volte e ho abiti di ogni taglia, ormai".

Uno dei principali messaggi che Kessler lancia è che mangiare troppo non è sintomo di mancanza di forza di volontà, quanto una sfida biologica resa ancora più difficile da una stimolazione sovrabbondante da parte dell'ambiente alimentare che ci circonda. E così come molti di noi trovano ripugnante fumare, Kessler è convinto che sia possibile arrivare a percezioni analoghe in relazione a dosi troppo abbondanti e a cibo troppo lavorato.
(c.2009, The New York Times, traduzione di Anna Bissanti)

(24 giugno 2009)

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Benessere... esotico

Forse non tutti sanno che alcuni frutti esotici, come avocado, mango o papaya, oltre a farci sognare terre lontane, hanno importanti proprietà medicinali. Ecco qualche esempio

La pianta dell'avocado, della famiglia delle lauraceae, è di origine messicana ed era già conosciuta ed utilizzata dai Maya sia come alimento, sia come medicinale. Le foglie costituiscono un ottimo antinfiammatorio naturale: se riscaldate ed applicate localmente leniscono le conseguenze delle contusioni. L'infuso di semi e corteccia, invece, ha proprietà astringenti, mentre la polpa del frutto viene utilizzata per combattere cistiti e uretriti.

Il mango, una pianta della famiglia della anacardiaceae, ha origini indiane ed è attualmente coltivato in quasi tutte le regioni tropicali.

L'infuso ottenuto dalla buccia del frutto cura le affezioni respiratorie, il raffreddore, la tosse e le bronchiti, mentre il decotto ottenuto dai semi della pianta elimina i parassiti intestinali. Le foglie, se masticate, leniscono il mal di denti.

Il maracuyà, meglio conosciuto come frutto della passione, della famiglia della passifloraceae, ha origini brasiliane. Frullare i frutti con acqua (3 ogni mezzo bicchiere) risulta utile in caso di mal di testa e pressione alta.

La papaya è originaria dell'America centrale. Questa pianta, della famiglia delle caricaceae, ha diverse proprietà medicinali: il succo del frutto favorisce i processi digestivi, mentre mangiarne i semi aiuta l'eliminazione dei parassiti intestinali.

Parliamo infine del tamarindo, pianta originaria dell'India, della famiglia delle caeselpinaceae. Il frutto ha un'azione lassativa, diuretica, disintossicante, antinfiammatoria, febbrifuga e antisettica.

Chiara Boracchi

postato da: camozzi alle ore 13:32 | link | commenti
categorie: rimedi naturali
lunedì, 22 giugno 2009

A TUTTE LE ETÀ
Chi dorme non piglia chili
Riposare troppo poco fa ingrassare: il minimo dovrebbe essere 7-8 ore a notte

(Ansa)
(Ansa)
MILANO - Verrebbe da pensare che dormire poco significhi bruciare più calorie. E invece si scopre che succede il contrario e, per svariati motivi, ridurre le ore di sonno fa guadagnare chili di troppo. Lo dimostrano alcuni studi presentati nel corso di «Sleep 2009» , il convegno delle Società di Medicina del Sonno tenutosi a Westchester, negli Stati Uniti.

APPETITO – Una prima ricerca condotta da ricercatori dell'università della Pennsylvania dimostra, su una novantina di volontari, che bastano 5 giorni di restrizione del sonno per guadagnare in media un chilo e 300 grammi di peso. Questo nonostante il 70 per cento dei volontari a cui è stato impedito di dormire a sufficienza abbia dichiarato di avere meno fame rispetto al solito. I partecipanti non avevano restrizioni dietetiche durante il periodo dello studio: mangiavano regolarmente 3 volte al giorno, in più alle una di notte era previsto un sandwich spezzafame. Difficile però credere che la colpa sia tutta di questo panino: come si spiega il risultato? «Crediamo che abbia “pesato” la sedentarietà e soprattutto la maggiore probabilità di cedere agli spuntini durante il tempo trascorso da svegli», ipotizza Siobhan Banks, coordinatore della ricerca. Una teoria che va d'accordo con i dati emersi negli anni scorsi: qualche tempo fa, ad esempio, il nesso fra perdita del sonno e aumento di peso fu dimostrato da studi dell'Associazione Italiana di Medicina del Sonno secondo cui dormire 4, 5 ore per notte riduce fino al 30 per cento la leptina in circolo, un ormone che tiene sotto controllo l'appetito, mentre aumenta la grelina, ormone che stimola la fame. Risultato, la voglia di piluccare qualcosa nelle ore passate da svegli diventa irresistibile. Non a caso negli ultimi dieci anni l’indice di massa corporeo medio è aumentato di un punto e mezzo e allo stesso tempo si sono ridotte progressivamente anche le ore di sonno, passando dalle 8-9 ore di riposo registrate negli anni ’60 alle 6-7 ore che si dormono in media oggi. «L'importante sarebbe fare attività fisica sufficiente a bilanciare l'introito calorico e scegliere, per i fuori pasto durante i periodi insonni, snack leggeri con pochi grassi e zuccheri», dice Banks.

ADOLESCENTI – Ma perché tendiamo tutti a dormire meno? Per gli adulti spesso si tratta di un adattamento per far fronte alle esigenze della vita lavorativa: in un mondo che va veloce e bombarda continuamente di stimoli, dormire nove ore a molti può ormai sembrare una perdita di tempo colossale. Nel caso degli adolescenti, secondo una ricerca dell'università dell'Arizona appena presentata al congresso statunitense la colpa è delle ore passate davanti a uno schermo e del caffè di troppo che molti bevono proprio per stare svegli. Amy Drescher osserva: «Bimbi e ragazzi che stanno ogni giorno ore davanti alla TV o al computer dormono di meno. E dormire poco aumenta tantissimo la loro probabilità di ritrovarsi sovrappeso o addirittura obesi». I motivi che legano la scarsità di sonno ai chili di troppo li spiega Maria Grazia Marciani, responsabile del Centro di Medicina del Sonno del Policlinico Tor Vergata di Roma: «Non dormire mai abbastanza fa saltare gli equilibri del nostro metabolismo. E non bisogna illudersi di poter recuperare il sonno perso di notte con pennichelle e pisolini diurni, perché il riposo notturno è quello più importante per garantire un corretto assetto ormonale, che dipende in larga misura dall’alternanza luce/buio e veglia/sonno. Modificare i ritmi e le abitudini può pregiudicare la produzione di ormoni come la melatonina, il cortisolo, la leptina e la grelina. La carenza di sonno – prosegue Marciani – incide poi sulla regolazione della glicemia aumentando la resistenza all’insulina e aprendo la strada allo sviluppo del diabete»

DORMIRE TROPPO – A sorpresa però c'è anche il rovescio della medaglia: secondo Nathaniel Watson, direttore dell'Istituto di Medicina del Sonno dell'università di Washington, pure dormire troppo potrebbe mettere in pericolo la linea. Watson ha studiato circa 1800 persone di cui ha calcolato l'indice di massa corporea chiedendo poi quanto dormissero abitualmente ogni notte: chi riferiva di dormire fra 7 e 9 ore per notte è risultato più magro rispetto a chi dormiva di meno, ma anche (seppure di poco) rispetto a chi dormiva di più. «Il motivo pare da ricercare in elementi ambientali e non genetici – dice Watson –. Abbiamo infatti condotto lo studio su coppie di gemelli e verificato che l'effetto dei geni sul risultato è praticamente nullo. Il peso, perciò sembra essere una funzione della quantità di sonno abituale». Né troppo, né troppo poco insomma: chi vuole restare in forma farà bene a puntare la sveglia in modo da dormire 7-8 ore per notte.

Elena Meli
22 giugno 2009

www.corriere.it

postato da: camozzi alle ore 19:03 | link | commenti
categorie: salute

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