Musica a fior di pelle
Non c’è lavoro senza malattie professionali. Chi suona uno strumento musicale, per esempio, ha un aumentato rischio di incorrere in una grande varietà di disturbi cutanei che vanno dalla reazione allergica all’eczema. Lo rivela una ricerca britannica, secondo la quale il contatto prolungato della pelle con lo strumento musicale può determinare una serie di condizioni dermatologiche tipiche dei musicisti. Condizioni che possono però essere affrontate sia con correzioni nella “tecnica esecutiva” sia con modifiche apportate allo strumento.
Quello che si sapeva
Finora la musica era stata associata in prevalenza a problemi muscolo-scheletrici o neurologici, l’area dermatologica, invece, non era ancora stata esplorata a fondo, anche se non si tratta del primo studio in materia. Una recente indagine, condotta su 117 musicisti di un’orchestra, aveva evidenziato una significativa incidenza di problemi cutanei occupazionali o legati allo stress come iperidrosi, lichen planus, psoriasi, eczema e orticaria. È noto del resto che i musicisti sono esposti a grossi carichi di stress, fattori emotivi che possono veicolare disturbi cutanei idiopatici o da predisposizione genetica. Ma i musicisti, professionisti e non, non soffrono solo di disturbi comuni a quelli della maggior parte della popolazione ma anche di condizioni che discendono direttamente dalla loro attività musicale. Una recente indagine epidemiologica, condotta solo su 24 orchestrali, ha evidenziato come i problemi cutanei meccanici, determinati cioè dal modo di utilizzare lo strumento, siano i più diffusi. Un risultato confermato da due analisi successive, condotte su più larga scala, con la segnalazione di frequenti episodi di dermatite da contatto legata al proprio strumento. I ricercatori britannici hanno così raccolto in modo sistematico tutta la letteratura prodotta sul rapporto tra musica e medicina per definire i problemi più comuni tra i professionisti. I risultati si sono rivelati assai interessanti.
L’indagine britannica
Le reazioni allergiche più comuni? Per cominciare quella alla colofonia, materiale utilizzato per facilitare lo scorrimento degli archetti sugli strumenti a corda, e all’ancia, che è la sottile lamina utilizzata all’imboccatura di strumenti a fiato come clarinetti e sassofoni. I ricercatori hanno poi riscontrato nei flautisti e nei suonatori di ottoni o di strumenti a corda, allergie al nickel e dermatiti delle labbra, del mento e delle mani. Condizioni che possono condurre a eczema cronico. Questi disturbi, però non sono irreversibili – dicono i ricercatori. Basterebbe cambiare marca di colofonia o cambiare i materiali delle ance, provando quelle di plastica (polistirene) o ancora utilizzare archetti in materiale bronzeo, tutti accorgimenti che possono prevenire i problemi cutanei. Ma la lista delle malattie del musicista non finisce qui. Esistono disturbi tipici come il “collo dei violinisti”, che si presenta gonfio e pallido, a causa del costante contatto della pelle col violino. E altrettanto tipica è l’infiammazione del petto che si manifesta nei chitarristi, una forma di mastite determinata da come si tiene appoggiato al corpo lo strumento. Anche in questi casi la soluzione può essere rappresentata da accorgimenti tecnici nell’uso degli strumenti.
I disturbi dermatologici dei musicisti non rappresentano una minaccia per la vita ma possono condurre a un condizionamento nella performance o a danno occupazionale – concludono i ricercatori. Ancora però si deve approfondire la ricerca epidemiologica. Le indagini, infatti, sono a oggi state condotte solo su orchestrali. E gli altri? E i musicisti rock, per esempio? Nell’attesa di ulteriori studi è importante che aumenti la consapevolezza, sia tra i medici sia tra i musicisti, di questi problemi specifici. La consapevolezza, infatti, è già metà dell’opera.
Marco Malagutti
www.dica33.it
I videogiochi cruenti desensibilizzano alla violenza
L'85 per cento di essi prevede azioni cruente, e la metà anche molto violente
30.07.2006 - Lo studio condotto dagli psicologi dell'Università dello Iowa e della Vrije Universiteit, ad Amsterdam – pubblicato sull’ultimo numero della rivista "Experimental Social Psychology" – è l’ennesima conferma del rischio rappresentato dai videogiochi violenti.
Il gruppo internazionale di ricercatori ha in particolare studiato l’effetto di desensibilizzazione che essi sono in grado di esercitare, dove per desensibilizzazione si intende una riduzione della normali reazioni fisiologiche correlate alle emozioni suscitate di azioni violente reali.
Ricerche precedenti avevano documentato che l’esposizione a videogiochi violenti aumenta i pensieri e i comportamenti aggressivi e i sentimenti di rabbia, diminuendo i comportamenti di aiuto.
In questo studio, dopo aver stabilito i parametri fisiologici normali di 257 volontari relativamente alla conduttività elettrica dell’epidermide e alla frequenza del battito cardiaco di ciascuno di essi, sono stati formati due gruppi. Il primo è stato sottoposto a una serie di sedute con videogiochi violenti (Carmageddon, Duke Nukem, Mortal Kombat, Future Cop), mentre l’altro è stato intrattenuto con videogiochi privi di aspetti cruenti (Glider Pro, 3D Pinball, 3D Munch Man, Tetra Madness).
Successivamente sono stati tutti sottoposti alla visione di un filmato con crude scene di violenza reale. È chiaramente risultato che i soggetti abituati a confrontarsi con videogiochi violenti mostravano reazioni fisiologiche decisamente più ridotte rispetto alle persone dell’altro gruppo. L'effetto di desensibilizzazione indotto dai giochi al computer, osservano i ricercatori, appare molto più marcato di quello riscontrabile in seguito alla visione di film e spettacoli televisivi violenti, una circostanza forse legata alla partecipazione attiva del soggetto nei primi.
Oltre l’85 per cento dei videogiochi contiene un certo tasso di violenza e circa la metà di essi prevede azioni brutalmente violente.
La musica e noi
Che la musica abbia un effetto su persone, piante e animali è cosa nota. Ma la musica oggi viene usata ormai con scopi mirati, in ogni ambiente possibile, dagli ascensori, ai ristoranti, ai centri commerciali.
Il cosiddetto "consumo musicale" non è diverso da quello degli altri prodotti. Non si ascolta più la musica, la si usa: uso e compro ciò che mi serve per certi scopi. Nei supermercati, ad esempio, si usa musica veloce e ritmata quando ci sono molti clienti, in modo che questi comprino velocemente ed escano per far posto ad altri, mentre si usano musiche più tranquille e orchestrali quando ci sono meno clienti, in modo che questi si sentano avvolti piacevolmente dall’ambiente e vi restino più a lungo, cioè facciano acquisti.
Le radio adottano un ritmo standard nel susseguirsi di due brani ritmati e uno moderato, con meno parole possibili in mezzo, altrimenti l’ascoltatore cambia canale, dato che è questo che serve in auto…
Si potrebbe pensare che nella nostra epoca la musica stia perdendo la funzione che per secoli ha motivato i compositori, alcuni dei quali avevano certamente il compito di farci percepire tra le note qualcosa di più, forse la nostra origine: pensiamo alla grandezza delle opere di Bach, Händel oppure Vivaldi, che comunicano più di quanto si ascolti come melodia e armonia, propongono la ricerca di qualcosa di più elevato e spirituale. La musica tuttavia è anche specchio della società dell’uomo. Fino all’anno mille circa, si tramandava oralmente; giungeva dalla tradizione popolare dei cantastorie e delle danze, oppure dai conventi, dove aveva il suo ruolo sacrale o religioso, con l’attribuzione di collegamenti con il cosmo e i suoi rapporti fisico-matematici.
Secondo Pitagora, i rapporti fisici delle distanze delle note tra loro (studi sul monocordo) sono simili ai rapporti delle distanze tra i pianeti del sistema solare. L’ordine divino del micro come del macrocosmo si ritrova anche nella fisica della musica, nello studio delle frequenze e delle vibrazioni sonore.
Ogni popolo sulla terra aveva e ha scale e modi prediletti, così come i diversi linguaggi verbali, che ne rispecchiano le caratteristiche e tradizioni. Con la scrittura, la musica diventa a uso di tutti coloro che ne comprendono il codice, si può imparare e viene usata nelle corti. I compositori vengono chiamati per illustrare le vicende importanti, le feste, le cerimonie o le messe.
Verso la fine del XVII secolo nasce la figura del compositore di professione, che comincia a fare della musica un’espressione di se stesso, dei propri moti e sentimenti. Nella musica antica si cercava di rispettare una certa oggettività attribuita al suono e alle forme musicali, ora i canoni si aprono alle nuove armonie, che vengono "forzate" da una nuova matematica musicale. Bach è il maestro indiscusso, addirittura in grado di comporre un brano che è esattamente identico letto al contrario.
Mentre in passato si era soliti distinguere nove distanze (comma) all’interno di un tono, con molte più sfumature arcaiche, ora l’orecchio si abitua a toni e semitoni. Questo compromesso del semitono è la base per la costruzione in serie del pianoforte, che diventa lo strumento di riferimento per la composizione di quasi tutta la musica moderna dei grandi compositori occidentali. Le scale basate su distanze musicali diverse dai toni maggiore-minore, si ritrovano oggi solamente nelle culture orientali o negli antichi canti gregoriani.
Finora il compositore era stato legato al suo datore di lavoro, che gli assicurava il pane: il principe o il vescovo, che gli ordinavano una composizione per un determinato scopo, compresa l’opera per il teatro. Ma, a partire da Mozart, il compositore osa fare cose che prima non poteva, esprime la propria personalità, si spinge alla ricerca di sfumature psicologiche e visive. Già alla fine del XVIII secolo, con il perfezionamento degli strumenti musicali, alcuni compositori cominciano a godere di una certa libertà espressiva e compongono secondo la propria ispirazione, a rischio di fare la fame. Si potrebbe dire: l’ego del singolo si vuole esprimere oltre le regole armoniche della forma antica e cerca la comunicazione di se stesso o dell’ambiente che lo circonda, la natura, la società o i temi religiosi. Il pubblico, ormai fruitore della musica con l’avvento di nuove classi sociali, a partire dalla borghesia mercantile, si riconosce in questi stati d’animo, nelle passioni e nei processi psicologici espresse nella musica e ne determina il successo o l’insuccesso.
Il processo si perfeziona e si individualizza sempre più, attraverso il romanticismo, il tardo romanticismo e il decadentismo fino all’impressionismo e all’espressionismo e alla dodecafonia, che afferma tutte le note avere la stessa importanza e valore e non dipendono più dai loro rapporti tonica-fondamentale e neanche da melodia, armonia, ritmo. Dopo questo punto sembra che non si vada più avanti, a parte il dilagare della radio e della musica leggera, anzi la musica "colta" comincia a ripetersi e sembra che il XX secolo non sappia dare più niente di nuovo, dopo un breve periodo di esperimenti con l’elettronica. Ora non è più tanto il compositore a influenzare il pubblico quanto il contrario, cioè il mercato. Nascono il jazz e poi la musica pop e rock in innumerevoli varianti e le altre forme della musica commerciale e di consumo. Ma non è tutto qui.
Sembra mancare una nuova musica "classica" che guardi al futuro, tutto è globalizzato, tutto si mischia con tutto, ma anche questo tutt’uno musicale incontra i suoi limiti. In fondo oggi siamo al punto in cui tutto diviene velocemente merce di consumo. Sono quindi le tendenze e le mode a determinare la produzione e non più i contenuti musicali. Sono le case discografiche che boccheggiano alla ricerca della salvezza dal download internettiano.
Si potrebbe paragonare la musica a un vestito oppure al cibo. La uso secondo il momento, l’emozione, la situazione. Il suo valore e la sua durata, i suoi parametri estetici sono legati a tempi brevissimi, il successo di una stagione e poi via. Forse un po’ di luce e di idee si trovano nella nuova musica da film, nei nuovi "compositori per l’organo visivo" collegati all’industria di Hollywood, che sforna cinema in continuazione e che ha bisogno di colonne sonore sempre innovative. Ma anche qui il cliché di alcune buone musiche da film comincia a consumarsi e a ripetersi.
Al tappeto sonoro si deve aggiungere che oggi tutta la nostra società è piena di rumori moderni, sconosciuti ai tempo di Beethoven: il traffico, gli uffici, le officine, i telefonini, le tv sempre accese… Il nostro ambiente non è solo impregnato di decibel, di rumore costante che ci occupa anche durante la notte, soprattutto siamo investiti da innumerevoli fonti di basse e alte frequenze (lampade, computer, radio, telefonini, aerei, satelliti etc.) sia percettibili sia non percettibili, che sono fonte di stress. Una cosa impensabile solo qualche decina di anni fa.
Ogni tre minuti ci passa un’aereo sulla testa (vibrazioni) e persino in un bosco non si trova il silenzio assoluto. Anche questo condiziona la nostra percezione, e anche il mercato della produzione e del consumo musicale. Si forma un subconscio di massa condizionato dall’ambiente che non conosce pause, non sa più cosa è il silenzio, la pace, da dove si può veramente incominciare ad ascoltare, non solo la musica, con le orecchie, ma anche quello che sta dicendo il nostro prossimo, per non dire a comprenderlo… Lentamente, sembra che stiamo tornando alla fase in cui si usava la musica per quello a cui doveva servire, cioè per l’ambiente e l’occasione: musica da ballo, da film, per rilassarci o per fare ginnastica, da sottofondo o da concerto, per funerali, matrimoni, marce militari o per la pubblicità, per il supermercato…
In mezzo a tutto però si può trovare ancora musica di valore, quella che ci piace e ascoltiamo volentieri. La scelta davanti a noi è gigantesca. Tutta la libreria musicale del mondo è racchiusa in chip, in scatolette piene di gigabyte in formato mp3.
A questo punto potremmo porci una domanda: come mai ascoltiamo una determinata musica in certi momenti della nostra vita? Raramente riflettiamo su come tutto questo universo sonoro e rumoristico sia collegato con noi e in fondo possiamo ammettere che avremmo bisogno di tutt’altro per calmarci, non per coprire il rumore dei nostri pensieri e del nostro stress, ma per riflettere anziché cercare una via di fuga dai nostri problemi. Così possiamo ascoltare musica in modo cosciente oppure no, ma un effetto la musica lo ha sempre, ci piace o ci infastidisce, oppure inconsapevolmente ci fa spingere il pedale dell’acceleratore. E una musica che ci piace in un certo momento in un altro invece ci annoia. Come mai? Tutto dipende dai nostri pensieri, dalla fase della vita che stiamo vivendo e da ciò che abbiamo memorizzato nel conscio e nel subconscio. Ascoltando la stessa musica dieci persone diverse hanno ricordi, immagini, pensieri e sensazioni differenti. Per qualcuno quel brano di musica classica è stupendo, per un altro incomprensibile o noioso, oppure ricorda delle persone del proprio passato, mette paura oppure agita le nostre passioni. E magari il compositore voleva dire tutt’altro…
Allora si può dire che la musica è anche un veicolo che ci può servire per osservare quali pensieri ci vengono, per conoscere meglio noi stessi. Non tutto ciò che ci piace è bello anche per gli altri, non tutto ciò che è considerato bello ci piace. Il gusto è formato dal nostro bagaglio di esperienze e ricordi.
Un capitolo interessante è rappresentato dalla musica per l’ambiente o anche quella da rilassamento, new age oppure new classic ad esempio. La musica che si usa per rilassarsi è certamente diversa per ognuno. C’è chi si rilassa con la americana degli anni 50-60, altri con la classica, i giovani con il rock e il pop; c’è chi può addirittura studiare ascoltando musica in sottofondo, fatto che per altri sarebbe un gran disturbo. Ci sono perciò delle differenze tra le musiche per il relax. O prendiamo semplicemente quello che ci piace di più e allora va bene tutto – ma qui si tratta solo di uno svago, di staccare dal quotidiano, non di un vero rilassamento – oppure cerchiamo della musica che aiuta a raggiungere uno strato di calma più profondo.
Siamo su una spiaggia, con una temperatura piacevole e niente ci disturba. Sentiamo il rumore del mare e del vento leggero. Una bella musica dalla radio ci aiuta a rilassarci. È veramente quello che ci vuole per superare lo stress? O non è forse nella vera calma che possiamo trovare le ragioni del nostro stress?
Ecco che qui la musica può avere la sua funzione, non solo rilassare, ma aiutare a giungere in uno stato di silenzio interiore nel quale possiamo lasciar salire in noi i pensieri che ci occupano, cioè diveniamo consapevoli di ciò che ci preoccupa allo scopo di esaminarne le cause e trovare le soluzioni.
La buona musica può comunque alzare il livello della nostra vita. Possiamo cercare della musica di qualità per armonizzare il nostro ambiente, per accompagnare come sottofondo un buon pranzo oppure per armonizzare il luogo di lavoro o la casa; anche piante e animali ne possono trarre vantaggio se non è troppo alta e se è armoniosa. Può essere utile della musica strumentale dove si usano strumenti acustici e poca elettronica e dei ritmi moderati. L’arpa è forse lo strumento che più di ogni altro si presta per questo scopo.
Ci troviamo alle soglie di una nuova epoca, in cui la funzione della musica sarà quella di aiutarci a ritrovare in noi quell’armonia che proviene dalle nostre origini, che abbiamo dentro da sempre, che abbiamo quasi dimenticato. Non si tratta di una musica delle sfere che giunge da universi illimitati e sognanti, ma di buona musica che ci può ricondurre alla nostra realtà quotidiana: lì dove potremmo cambiare certe cose spiacevoli del nostro carattere, dove possiamo ritrovare l’armonia pacificandoci con il nostro prossimo, o avvicinandoci alla natura e agli animali, per ritrovarli come parte di noi stessi.
Questa musica esiste e ci collega interiormente con noi stessi e con quella parte di noi che sa che ci vuole un certo sforzo per lavorare sul profondo e cambiare. Impariamo ad ascoltare (anche chi ci sta vicino) e così potremo divenire il compositore di noi stessi, della nostra vita e della nostra anima che si trova in una continua evoluzione spirituale.
Di Stefano Delù
info: www.auraweb.it
Problemi anche per gli ultrasuoni
Usa: sugli obesi i raggi X non funzionano
Allarme dei radiologi americani: la massa grassa di molti pazienti è tale da impedire ai raggi X di arrivare a destinazione

NONNO SPRINT ENTRA NEL GUINNES

(martedì 25 luglio)
Il cervello di coloro che hanno subito un trauma invecchia più velocemente. A sostenerlo un'équipe di ricercatori della Mount Sinai School of Medicine di New York che ha dimostrato come persone che presentano disturbi post-traumatici da stress (Ptsd), manifestino problemi di memoria dieci anni prima rispetto a coloro che non ne hanno mai avuti. Lo studio sarà pubblicato su Biological Psychiatry. I ricercatori hanno indagato il legame tra Ptsd e problemi di memoria, osservando cosa accade al paziente quando invecchia. Hanno preso in esame tre gruppi di persone: superstiti all’olocausto che presentano continui disturbi post traumatici da stress (Ptsd), pazienti che si sono ristabiliti in seguito a un trauma e, infine, un gruppo di controllo estraneo a entrambi i traumi. In seguito hanno misurato la capacità dei partecipanti di ricordare le associazioni e i legami tra le parole. L’esperimento è stato ripetuto sugli stessi soggetti due volte a distanza di cinque anni. Risultato: le risposte date da quelli affetti dal Ptsd erano equiparabili quelle di una persona di dieci anni più vecchia, con un marcato divario tra le risposte date la prima volta rispetto alla seconda, a dimostrazione dell’evidente deterioramento dell’attività mnemonica. I ricercatori hanno inoltre notato come i pazienti affetti da Psdt abbiano l’ippocampo, area del cervello fondamentale per la memoria, molto piccolo. Ancora da scoprire se la ridotta dimensione sia causa o conseguenza della Psdt. (a.c.)
Donne e uomini diversi nel cervello
Uomini e donne usano parti diverse del cervello per svolgere gli stessi compiti. Come hanno scoperto alcuni scienziati americani analizzando l'attività cerebrale con la risonanza magnetica per immagini.
“Non hai capito perché non mi hai ascoltato”. Quante volte capita di dirlo o di sentirselo dire dal partner.
Da oggi qualcuno a propria discolpa potrebbe addurre questa nuova ricerca, secondo cui uomini e donne pensano la stessa cosa in due modi differenti. O meglio con una parte del cervello diversa. E probabilmente qualche volta non si capiscono…
Il ragionamento che fa la differenza
Che di fronte a compiti di tipo linguistico o visuale gli uomini e le donne, pur raggiungendo gli stessi risultati nello stesso tempo, ragionassero in modo diverso, molti studi lo provano, ma finora non era mai stato appurato che veramente usino parti diverse del cervello.
Con la risonanza magnetica per immagini al Kennedy Krieger Institute di Baltimora (Usa) gli scienziati hanno analizzato il cervello di 30 bambini, maschi e femmine, mentre eseguivano compiti molto semplici. Uno riguardava l’elaborazione verbale e consisteva nel riconoscere, in una sequenza di parole che scorrevano, quali erano in rima. Mentre nell’altro, di tipo visuale, i volontari dovevano individuare alcune linee gialle in mezzo a tante blu e segnalare quando erano allineate.
Lato destro o sinistro?
Quello che è emerso per i ricercatori è molto interessante: quando pensano le parole le donne usano il giro frontale inferiore bilateralmente mentre gli uomini usano di più la sola parte sinistra. Nell'interpretare informazioni visuali, invece, gli uomini usano entrambi i lobi parietali e le donne di più il lobo di destra.
Oltre a servire per l’eventuale cura di alcuni disturbi mentali in maniera differenziata tra uomini e donne, lo studio potrebbe aiutare gli scienziati anche a capire dove e perché nascono le diverse propensioni (per esempio per la matematica o l’arte) nei bambini e nelle bambine.
Zucchero vs caffeina
Per scacciare il sonno meglio un caffé amaro e un pisolino
21.07.2006 Il rimedio più classico per scacciare il sonno è il caffé, ma da qualche tempo sono in commercio svariate bevande che si propongono come energetiche e hanno un certo contenuto di caffeina. Attenzione però: il loro effetto “risvegliatore” potrebbe non esserci.
Da uno studio condotto presso il Centro di ricerca sul sonno dell’Università di Loughborough, in Gran Bretagna, risulta che se la bevanda contiene troppo zucchero l’effetto della caffeina diventa trascurabile. Nel loro esperimento, descritto sull’ultimo numero di "Human Psychopharmacology" hanno somministrato a due gruppi di volontari – che il giorno precedente aveva potuto dormire solo 5 ore – due diverse bevande: o un soft drink “energetico” (45 grammi di zucchero + 30 milligrammi di caffeina) o una bevanda analoga ma priva di zucchero. Successivamente li hanno sottoposti a 90 minuti di test, noiosi ma atti a valutare la loro capacità di concentrazione. Per i primi 30 minuti fra i due gruppi non si sono rilevate differenze nei tempi di risposta e negli errori commessi, ma dopo 50 minuti le prestazioni di quelli che avevano assunto anche lo zucchero iniziavano a calare significativamente.
“Un picco glicemico – ha spiegato Jim Horne, che ha diretto la ricerca – non è la cosa migliore per combattere il sonno. Meglio evitare quindi le bevande con troppo zucchero, e concedersi una bevanda con maggior quantità di caffeina e poco zucchero, magari dopo un pisolino.”
Uomini «stupidi» quando condividono letto
Dormire con il partner , nel caso dei maschi, rende meno «pronti» a risolvere problemi al mattino. Le donne invece non ne risentono
LONDRA - Sembra che per gli uomini sia decisamente meglio dormire da soli. Sembra infatti che convidere il letto con la partner possa compromettere la qualità del sonno, e ridurre l'agilità mentale al risveglio. Così almeno la pensano alcuni ricercatori austriaci, guidati dal professor Gerhard Kloesch, del cui studio ha dato notizia la rivista «New Scientist». . Il team di Kloesch ha monitorato il sonno di otto coppie, non sposate, senza figli e di un'età compresa tra i 20 e i 30 anni, per venti giorni, durante dieci dei quali le coppie campione sono state tenute separate. La mattina successiva, sia agli uomini che alle donne, veniva poi consegnato un test cognitivo e di abilità mentale. Risultato: gli uomini, quando passavano la notte con la loro compagna, sia che facessero sesso o meno, dormivano peggio e le loro performance durante i test risultavano molto più scadenti.
DONNE IMMUNI - Le donne, al contrario, benchè al pari dei maschi soffrissero nel dover condividere il letto, al mattino non vedevano compromesse le loro capacità mentali. Gli studiosi consigliano quindi agli uomini che devono affrontare giornate particolarmente impegnative, dal punto di vista di un lavoro concettuale, di dormire separati dalle loro compagne, così che la loro resa intellettuale non venga alterata.
«La mancanza di serenità durante il sonno provoca nell'uomo un aumento ormonale e riduce, il giorno successivo, l'abilità a risolvere semplici problemi cognitivi», si legge sulla rivista inglese.
SOGNI - La ricerca poi evidenzia come il sonno femminile sia più profondo, e quindi rigenerante, di quello maschile; inoltre, gli studiosi hanno scoperto che condividere il letto influenza anche la capacità di ricordare i sogni.
Le donne, quando dormono sole, ricordano più facilmente le avventure nel regno di Morfeo, mentre per gli uomini a fare la differenza è l'attività sessuale. Farne significa ricordare, in pratica.
LE «COLPE» - Rimane da cheidersi chi disturba di più il sonno altrui. Qui pare che ci sai una vera parità: tossire, rigirarsi tra le lenzuola, russare, è quindi un fenomeno ripartito equamente.
CAUTELA - Il professor Jim Horne, che dirige il Centro per le Ricerche sul Sonno alla Loughborough University, Gran Bretagna, si dice però scettico sui risultati ottenuti dai colleghi austriaci. «L'uomo», dice il professore, «deve passare veramente una brutta nottata per vedere le sue capacità mentali compromesse alla mattina». E continua: «Inoltre, le coppie che condividono il letto per molti anni si abituano di solito alla presenza del compagno, tanto che quando passano una notte in solitudine capita spesso che la qualità del sonno risulti peggiore».
20 luglio 2006
www.corriere.it
Permetti anche ai tuoi amici animali di star bene con i fiori di Bach!
I tuoi animali, proprio quelli che ami, sono capaci anche loro, come ben saprai di avere un vasto campo di emozioni.
Uno scodinzolare felice, o un ritirarsi in un angolo sicuro, possono indicare come si sentono o come sentono certi stimoli.
Sta a noi percepire le emozioni dei nostri animali perche` come noi, quando non stanno bene a livello emozionale, non stanno bene nemmeno fisicamente.
Uno dei rimedi piu' importanti per ilbenessere naturale degli animali domestici e' il rescue remedy. Questo rimedio di emergenza, insieme agli 38 rimedi dei fiori di Bach e' usato con successo dai possessori di animali e da veterinari di tutto il mondo.
Il Rescue Remedy e i fiori di Bach aiutano e rassicurano le emozioni e i comportamenti dei vostri animali in un'ampia varieta` di situazioni difficili.
Cio` significa una maggiore felicita` e salute degli animali e una maggiore felicita` anche per voi.
Il Rescue Remedy e` il primo rimedio naturale per alleviare lo stress di tutti i giorni.
E` una miscela di cinque dei 38 fiori di Bach ed e` stato provato di essere utile sia con animali che con le persone.
Il Rescue Remedy puo` essere usato con un effetto calmante immediato in ogni situazione di stress, o quando i vostri animali hanno bisogno di aiuto se sopraffatti da una varieta` di emozioni o di problemi comportamentali quali:
Potete usarlo anche come parte di un programma di medicina preventiva. Tuttavia, per condizioni persistenti raccomandiamo un esame professionale da parte del veterinario per prevenire diagnosi errate.
Come si usa
Il metodo piu` comune di usarlo e` di aggiungere 4 gocce di Rescue Remedy o 2 gocce di ogni di singolo fiore di Bach nell'acqua dei vostri animali. Potete anche applicarlo direttamente nella bocca o spruzzato nel cibo. Altri metodi sono: inumidendo il naso, le orecchie, le labbra o tamponando il almo della zampa del vostro animale.
Gli animali comunque sia l'assorbiranno leccandolo o direttamente attraverso la pelle.
Per animali piu` grandi (come cavalli, maiali o bestiame, ecc) che normalmente bevono da contenitori con una maggiore quantita` di acqua il dosaggio deve essere aumentato a 10 gocce di recue remedy e a 5 gocce di ogni singolo rimedio dei fiori di Bach per secchio di acqua.
Suggeriamo di scegliere il metodo che ritenete piu` semplice affinche` l'animale assuma il corretto dosaggio.
Come avrete letto il Rescue Remedy e' il rimedio piu' usato nelle situazioni di stress, ma anche tutti gli altri fiori possono essere somministrati ai vostri animali.
Potremmo dire, come con noi umani, che scegliere i rimedi adatti a ciascun individuo sia esso un nostro animale o un nostro caro, permette una risoluzione maggiore dei problemi.
I 38 fiori di Bach possono essere usati singolarmente o in combinazione fino a sei o sette rimedi. I fiori permetteranno un aiuto nell'equilibrio emotivo dei vostri animali, trasformandoli in animali piu` felici e piu` sani.
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Se il vostro animale e`
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Prova
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E il vostro animale diventera` piu`
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| Autoritario, prepotente | Cooperativo | |
| Teso, nervoso | docile, rilassato | |
| Impaurito dai temporali, dalle visite dal veterinario | Fiducioso | |
| Geloso degli altri animali, o del bambino appena nato, aggressivo | Pronto a cooperare, compassionevole | |
| Possessivo, territoriale | Disinteressato, amorevole | |
| Non ama star solo, vuole sempre qualcuno | Tranquillo, indipendente | |
| Se deve esser lasciato per un periodo | disponibile al distacco |
Le donne che hanno un orario di lavoro lungo tendono più degli uomini a indulgere in comportamenti insalubri come mangiare snack ultracalorici, fumare e abusare di caffeina . Il grido d’allarme giunge da uno studio dell’Economic and Social Research Council (ESRC).
Spiega Daryl O’Connor, leader del team di ricercatori ESRC: “Le donne che lavorano per un maggior numero di ore tendono a mangiare cibi e snack ricchi di grassi e zuccheri, a compiere meno esercizio fisico, ad assumere più caffeina e, se fumatrici, a fumare più sigarette dei loro colleghi maschi. Sugli uomini un orario di lavoro più lungo della media non ha un impatto altrettanto importante”.
Ma un orario di lavoro più lungo ha anche un effetto positivo (uno solo) sulla salute dei lavoratori: il ridotto consumo di alcol. “La riduzione dell’assunzione di alcol vale per fortuna per entrambi i sessi”, spiega la O’Connor.
Questi dati sono contenuti in uno studio condotto per l’ESRC dagli psicologi della Leeds University riguardante gli effetti dello stress sulle abitudini alimentari. “Lo stress sconvolge le normali abitudini alimentari delle persone”, avverte la O’Connor, “e le induce a scegliere cibi meno salutari, per esempio meno frutta e verdura”.
Secondo i ricercatori inglesi le persone più a rischio di comportamenti alimentari alterati sono i cosiddetti ‘mangiatori emozionali’, cioè gli individui con livelli di vulnerabilità più elevati, che tendono a rivolgere al cibo il loro pensieri per distrarre l’attenzione dai pensieri negativi su loro stessi e dall’ansia.
Oltre a non risolvere i problemi che sono alla base dello stress psicologico, questo comportamento aumenta significativamente il rischio di patologie cardiovascolari e tumori, avvertono i ricercatori.
Fonte: ESRC press release 2006.
david frati
Il Pensiero Scientifico Editore
WASHINGTON, 20 LUG - La Camera Usa non e' riuscita, come previsto, a rovesciare il veto del presidente Bush a una legge sulla ricerca sulle staminali. La legge levava le restrizioni sui finanziamenti federali alla ricerca sulle staminali. Dopo che Bush aveva confermato mercoledi' il veto, il primo della sua presidenza, la Camera ha di nuovo votato in serata il provvedimento, confermandone l'approvazione con 235 voti a favore e 193 contrari, ma ci voleva la maggioranza dei due terzi per farlo passare.
Più ossigeno per salvare dall'ipotermia
È necessario prolungare le terapie di rianimazione per garantire la sopravvivenza
18.07.2006 È l’insufficiente apporto di ossigeno al cuore proprio nel momento del salvataggio uno dei fattori più critici per la sopravvivenza a uno stato di ipotermia. È quanto risulta da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Tromsø, in Norvegia, diretto da Torkjel Tveita, anestesista presso l’ospedale universitario, che nella sua carriera si è trovato ad affrontare innumerevoli volte il caso di persone – per lo più pescatori – vittime di gravi stati di ipotermia per essere rimasti a lungo in acque gelide. Dalla ricerca – pubblicata sull’ultimo numero dell’American Journal of Physiology – risulta infatti che buona parte dei decessi di persone ritrovate ancora vive dopo una permanenza prolungata in ambienti eccessivamente freddi (acqua gelata o neve) non è legata alle conseguenze dirette dell’ipotermia, ma al fatto che, una volta riportato l’organismo a una temperatura più o meno normale, la richiesta di ossigeno da parte del muscolo cardiaco aumenta improvvisamente e in misura superiore a quella soddisfacibile dall’ossigeno disciolto nel sangue del paziente. Per questo, sottolinea Tveita, è necessario che le procedure di rianimazione, e in particolare il supporto delle apparecchiature che consentono una buona ossigenazione del sangue, siano mantenute in vigore molto oltre il ritorno della temperatura del paziente a un livello normale.