martedì, 31 ottobre 2006

Una noce al giorno ...
Secondo esperti del Policlinico di Barcellona un pugno di noci fa bene perché tiene pulite le arterie e le difende dai grassi

Se avete consumato un pasto ricco di grassi saturi il miglior modo per proteggere il vostro organismo è mangiare un pugno di noci.

Come dimostrato da alcuni esperti del Policlinico di Barcellona, otto di questi preziosi frutti (circa 28 grammi), assunti dopo i pasti, proteggono le arterie dagli effetti negativi che possono arrecare loro i grassi cosiddetti cattivi. Secondo lo studio, pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology, il loro effetto sarebbe anora più benefico dell'olio d'oliva, da sempre considerato l'alleato numero uno del nostro benessere.

Consumare pasti troppo ricchi di grassi saturi rappresenta un grosso rischio per l'organismo umano. Subito dopo ogni pasto, infatti, si ha uno stato infiammatorio e reazioni ossidative conseguenti al circolo dei grassi cattivi ingeriti. Col tempo queste reazioni induriscono le arterie creando arterosclerosi e quindi un rischio cardiocircolatorio.

I ricercatori, in parte finanziati dalla California Walnut Commission, hanno arruolato nella ricerca 24 adulti. La metà di loro aveva livelli di colesterolo moderatamente elevati.

Gli studiosi hanno offerto ai volontari due pasti a base di formaggio grasso e salumi a distanza di una settimana l'uno dall'altro. Dopo il primo, l'equipe ha somministarto ai pazienti cinque cucchiaini di olio d'oliva, noto per le sue virtù protettive per i vasi sanguigni. Dopo il secondo, invece, sono stati offerti 28 grammi di noci.

Test successivi, a cui sono stati sottoposti i partecipanti, hanno dimostrato che sia l'olio d'oliva sia le noci riducono le reazioni infiammatorie e ossidative che intervengono nelle arterie.

Secondo quanto riferito dal coordinatore dello studio Emilio Ros, le noci sono anche in grado di preservare elasticità e flessibilità delle arterie, parametri chiave della loro funzionalità. Le noci agiscono, ha precisato Ros, tramite l'amminoacido arginina di cui sono ricche. Questo stimola la produzione di ossido nitrico che è indispensabile all'elasticità dei vasi. Inoltre, questi frutti contengono i grassi omega-3, alleati della nostra salute.

Lo studio rappresenta quindi una rivincita per questi frutti, spesso considerati avversari della linea e indica che possono essere considerati una parte importante in una dieta bilanciata. Però, ha avvertito Ros, non significa che mangiando noci ci si possa concedere stravizi, credendo che facciano miracoli.

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categorie: salute

Il segreto sono i livelli di cortisolo più alti
Studio Usa: chi dorme solo si sveglia «leone»
Madre natura «consola» chi è costretto a passare la notte senza compagnia, regalando una maggiore energia al mattino

NEW YORK - Una consolazione per chi la sera va a letto solo. Al mattino, al risveglio, per loro sono più alti i livelli di cortisolo, l'ormone dello stress che permette di affrontare gli impegni e le difficoltá quotidiane. A sostenere questa tesi , valido , pare, per tutti gli adulti, è uno studio Usa pubblicato sulla rivista «Prooceding of the National Academy of Sciences» ( Pnas), coordinato da Emma K. Adam della Northwestern University e del Center on Social Disparities and Health dell'Institute for Policy Research. Gli autori, per effettuarlo, hanno consultato i dati del Chicago Health, Aging and Social Relations Study (Chasrs) dell'universitá di Chicago, che comprendeva 156 abitanti della Cook County nati tra il 1935 e il 1952 e con diverse condizioni socioeconomiche.

ORMONE DELLO STRESS - I loro livelli di cortisolo sono stati controllati per mezzo di test della saliva tre volte al giorno per tre giorni consecutivi, e i partecipanti all'indagine hanno riportato in un diario i loro stati d'animo al momento di coricarsi. Gli studiosi hanno evidenziato che quando la giornata trascorsa era stata difficile i livelli di cortisolo erano alti alla sera. Mentre chi in vista della notte si rassegnava suo malgrado a infilarsi in un letto vuoto, aveva il cortisolo alto la mattina dopo: «Un aiuto naturale per gestire la giornata al meglio», dice Adam.

30 ottobre 2006
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sabato, 28 ottobre 2006

Lui gioca d’azzardo, la Chiesa annulla le nozze

Il Tribunale ecclesiastico di Milano riconosce che il matrimonio non era valido: l’uomo ha nascosto alla fidanzata il vizio delle scommesse

Milano, 28-10-2006. Anche dopo molti anni di matrimonio, se il marito prima delle nozze aveva nascosto alla moglie di essere un giocatore d'azzardo, l'unione può essere dichiarata nulla dalla Chiesa e la legge italiana può riconoscere la decisione. È quanto emerge da una sentenza promulgata del Tribunale ecclesiastico lombardo, confermata in seconda istanza dal Tribunale ecclesiastico di Genova e approdata ieri alla Corte d'Appello di Milano per il riconoscimento civile.
La storia è simile a quella di tante famiglie italiane che conoscono la difficoltà di avere uno dei loro congiunti morbosamente attaccato al gioco d'azzardo. I due coniugi, oggi entrambi sulla quarantina, si erano sposati nel 1990. Tre anni dopo era nato un figlio. Per undici anni, fino al 2001, la coppia non aveva manifestato all'esterno particolari problemi né i parenti si erano accorti di nulla. In realtà la donna, che ha dichiarato di aver taciuto per pudore, ha scoperto ben presto che il suo compagno era ossessionato dal gioco. «Prima di sposarmi - si legge nella testimonianza della donna citata nella sentenza - io non ebbi mai alcun sentore del fatto che il mio fidanzato si comportasse irregolarmente... Né ci fu nulla che mi dicesse qualcosa, neppure a livello di semplice allusione». Solo due anni dopo le nozze, quando è già incinta del figlio, la donna scopre che all'origine dei problemi economici della coppia c'era il fatto «che mio marito aveva dei debiti ingenti da coprire, in conseguenza dei quali aveva continuamente bisogno di denaro. Anche prima c'erano stati degli episodi, ma non li sapevo interpretare. Così, finalmente, mi sono decisa ad andare a parlare con i miei suoceri, quando ho scoperto che mio marito aveva omesso di pagare l'assicurazione dell'auto. Da lì venne fuori tutta la storia, perché mi dissero che già da molto tempo erano costretti a coprire vari debiti del figlio».
La moglie scopre le sue carte e chiede conto al marito di questa situazione: lui dice che si tratta di un vecchio debito, contratto prima del matrimonio, che lo ha portato tra le braccia degli usurai. In realtà l'uomo, che pure per un certo periodo dopo il matrimonio aveva tentato di smettere di giocare, è ricaduto nel vizio di puntare sulle corse dei cavalli. Chiede prestiti che non restituisce, sottrae i soldi persino dal salvadanaio del figlio, cerca in tutti in modi di procurarsi il denaro per soddisfare la sua passione per l'azzardo, appena può si precipita all'ippodromo di San Siro o nelle sale da gioco dove si scommette sulle corse di cavalli. «Prima delle nozze non le avevo mai detto nulla, perché mi rendevo conto che il gioco d'azzardo non è un'attività socialmente apprezzata e avevo la consapevolezza che lei avrebbe avuto parecchio da ridire. Ciò che per me contava nel gioco era l'adrenalina che sentivo in corpo, la sfida al destino e a me stesso». La situazione esplode all'inizio del 2001. I due si separano e lei inizia la pratica per l'annullamento presso il Tribunale ecclesiastico. Questi i motivi addotti dalla donna: un «grave difetto di discrezione di giudizio e l'incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio da parte dell'uomo», un «dolo ordito» nei confronti della moglie. I giudici ecclesiastici hanno riconosciuto soltanto questa seconda motivazione, introdotta nell'ordinamento con il codice di diritto canonico del 1983. Il marito non è stato dunque ritenuto «incapace» di assolvere ai suoi obblighi a causa di un vizio patologico, ma ha comunque ingannato la futura moglie tacendole questa sua sfrenata passione prima del matrimonio.
La sentenza milanese, confermata dai giudici ecclesiastici di Genova, è diventata definitiva e non c'è stata la necessità di ricorrere alla Rota Romana, che funziona da «Corte di Cassazione» in questi casi. Com'è noto la Chiesa non «annulla» un matrimonio (che se c'è ed è valido non può essere annullato da nessuno), bensì lo dichiara nullo all'origine, cioè riconosce che non c'è mai stato, in questo caso a motivo di un vizio presente nel momento in cui veniva celebrato. Ieri la sentenza è stata depositata dall'avvocato Giovanna Comolli alla Corte d'Appello che ora riconoscerà il valore anche civile della decisione ecclesiastica.

Andrea Tornielli

www.ilgiornale.it

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Come parlare la stessa lingua

(venerdì 27 ottobre) Lo hanno chiamato Torre di Babele ed è un traduttore simultaneo che dovrebbe permettere di comunicare a persone che parlano lingue diverse. La nuova tecnologia, realizzata dai ricercatori della Carnegie Mellon University di Pittsburgh (Usa), è molto più sofisticata rispetto ai software di riconoscimento vocale utilizzati finora, la cui lentezza rende difficoltose le conversazioni. Il nuovo traduttore consiste di una serie di elettrodi posizionati sul collo e sul viso di chi parla. Gli elettrodi permettono di elaborare i movimenti derivanti dalla pronuncia delle parole, analizzarli, tradurli e trasmetterli in un'altra lingua in tempo reale. La “Torre di Babele” è una sorta di doppiatore che consentirà di comunicare simultaneamente e in modo semplice. Le prime due versioni prototipali, permettono la traduzione dall’inglese allo spagnolo o al tedesco, e dal cinese all’inglese. Il livello di accuratezza della traduzione è elevata: usando circa 100-200 parole si può arrivare la traduzione è attendibile all’80 per cento.

(d.p.)

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giovedì, 26 ottobre 2006

Nuovo studio del Children's Hospital e dell’Oakland Research Institute
Dieta idrica: bere acqua fa dimagrire
Consumare due bicchieri al giorno si traduce, mediamente, in una perdita corporea di due chili ogni anno

NEW YORK – L’acqua fa dimagrire. Più se ne beve e meglio è per la linea. Lo rivela uno studio californiano realizzato dal Children's Hospital e dall’Oakland Research Institute e presentato nel corso dell’annuale convegno dell’Obesity Society che si sta svolgendo in questi giorni a Boston. La rivoluzionaria ricerca effettuata da un’equipe di specialisti guidati dalla Dottoressa Jodi Stookey parla chiaro. “Gli individui a dieta che decidono di bere acqua al posto delle tradizionali bibite quali aranciata, succhi di frutta e CocaCola perdono quattro chili l’anno in più rispetto a chi consuma anche bevande zuccherate e ipercaloriche. Consumare due bicchieri di acqua il giorno si traduce, mediamente, in una perdita corporea di due chili ogni anno.

NOVITA’ - Le diete dimagranti più popolari al mondo, – dalla South Beach all’Atkinson – consigliano già da anni di bere “molta acqua”, per aiutare la digestione e diminuire al contempo il consumo di bevande gassate e ad alto contenuto di zuccheri e calorie. Ma fino ad oggi non esistevano prove conclusive sull’effetto dimagrante dell’acqua. A cambiare le cose è questo nuovo studio che ha analizzato le cartelle cliniche di oltre 240 donne soprappeso, d’età compresa tra i 25 e i 50 anni, che si sono sottoposte a regimi dimagranti quali l’Atkins e The Zone, imperniati in larga misura sulla riduzione nell’assunzione di carboidrati.

DIETA - Prima di iniziare “la dieta idrica”, le donne obese o soprappeso bevevano in media due lattine di soft drink al giorno (inclusi succhi di frutti e bibite dolci gassate, per un totale di 200 calorie). Una volta intrapresa la dieta a base di acqua, la maggior parte ha registrato una drastica diminuzione di peso. Quelle che hanno sostituito tutte le bibite con l’acqua hanno perso, mediamente, tre chili l’anno in più rispetto alle altre donne a dieta che hanno continuato a bere i tradizionali drink gassati. Quattro bicchieri di acqua al giorno si sono tradotti per la maggior parte in 4 chili in meno ogni 12 mesi.

PESO - “Bere acqua aiuta a dimagrire”, conclude la dietologa Jodi Stookey, coordinatrice dello studio. “Il motivo non è solo che si rimpiazzano bibite ipercaloriche con bibite prive di calorie ma anche il fatto che l’acqua aiuta a purificare l’organismo e a bruciare grassi”. “Si tratta di tesi provocatorie ed importanti”, gli fa eco Thomas Wadden, presidente della Obesity Society, “Se invece di junk-drink gli americani bevessero acqua, il Paese risolverebbe in breve tempo l’epidemia di obesità che oggi affligge anche e soprattutto i giovanissimi”. “E’ come l’uovo di Colombo”, gli fa eco Barry Popkin, docente di scienza dell’alimentazione all’Università del North Carolina-Chapel Hill. “Invece di guardare al futuro, i dietologi oggi guardano sempre di più al passato. Ad un’era in cui l’acqua era l’unica, spartana bevanda non alcolica servita nelle case degli americani”.

OBESITA’- Dietro alla ricerca non c’è, per fortuna, la potente lobby di produttori di acqua minerale, che negli ultimi anni ha subito un inarrestabile boom in America. “Non esiste alcuna differenza tra acqua di rubinetto e acqua in bottiglia”, tiene a precisare la Dott. Stookey. “L’importante è che sia acqua”. Secondo le statistiche compilate dagli esperti, gli americani non hanno affatto diminuito il loro consumo di acqua rispetto a 10 o 20 anni fa: hanno solo aumentato in maniera vertiginosa quello di bibite dolci gassate. “Questa è la vera ragione dietro la dieta ipercalorica dell’americano medio”, conclude la Stookey, “Il motivo principale della crescita esponenziale ed inarrestabile di obesità tra la popolazione”.
 
Alessandra Farkas

26 ottobre 2006
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categorie: notizie varie
mercoledì, 25 ottobre 2006

Resta confermato il divieto di "verificare" la sanità degli embrioni prima dell'impianto nell'utero della donna

Fecondazione, inammissibile per la Consulta
la questione di legittimità sull'art.13

ROMA - La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 13 della legge 40 sulla fecondazione assistita che vieta la diagnosi pre-impianto sugli embrioni. La legge, dunque, rimane com'era. I giudici della Consulta sono arrivati a questa decisione - di cui ancora non si conoscono le motivazioni che verranno scritte dal giudice Alfio Finocchiaro e depositate nei prossimi giorni - in tempi record, considerato il fatto che la causa è stata discussa stamani in udienza pubblica.

S'infrangono così le speranze di modificare, attraverso il ricorso alla Corte Costituzionale, una parte del testo che aveva suscitato molte proteste. In sostanza, la norma in questione impedisce di "verificare" lo "stato di salute" degli embrioni prima dell'impianto considerandolo una sorta di "aborto preventivo". Tutto il centrosinistra e molte associazioni femminili avevano sostenuto l'assurdità di un provvedimento che, di fatto, obbliga la donna a farsi impiantare gli embrioni anche se portatori di gravi problemi genetici.

A far approdare l'"embrione" di fronte alla Corte Costituzionale è stato il caso di due coniugi di Cagliari. Nel corso dell'udienza pubblica il giudice relatore, Alfio Finocchiaro, ha ripercorso la vicenda della coppia, portatrice sana dei anemia mediterranea, che per motivi di sterilità fece ricorso alla procreazione in vitro. La procedura ebbe successo, ma alla diagnosi prenatale il feto risultò malato. La madre si sottopose a un'interruzione terapeutica di gravidanza, ma riportò un forte trauma che la costrinse a cure mediche e psicologiche. Ancora decisi ad avere un figlio, i due chiesero al medico la diagnosi pre-impianto sull'embrione prima di un secondo tentativo.

La legge 40 del 2004 vieta però di compiere la diagnosi sugli embrioni da trasferire in utero, e la risposta è stata negativa. La coppia si è quindi rivolta al Tribunale di Cagliari che ha sollevato questione di legittimità costituzionale della legge sulla fecondazione assistita perchè violerebbe gli articoli 2 e 32 della Costituzione sotto il profilo del rischio di danni biologici per l'embrione (dovuti al periodo di crioconservazione) e per la donna (minacciata dalla impossibilità di conoscere lo stato di salute dell'embrione prima di procedere all'impianto).

Il tribunale di Cagliari sostiene inoltre che l'art.13, comma 2, della legge del 2004 violi l'art. 3 della Costituzione per "la ingiustificata disparità di trattamento" tra la posizione dei genitori cui è riconosciuto il diritto alla informazione sulla salute del feto nel corso della gravidanza (attraverso l'amniocentesi), e quella della coppia nella fase della procreazione assistita che precede l'impianto.

Nel corso del dibattito di oggi l'avvocatura dello Stato, nella sua memoria, ha difeso la legge sulla fecondazione assistita perchè "la più idonea a bilanciare interessi contrapposti tenuto conto che non esiste, e non ha fondamento giuridico, la pretesa di avere 'un figlio sano' e che, pertanto, non può assumere alcuna rilevanza l'elemento attinente all'equilibrio psico-fiso della donna".

(24 ottobre 2006)

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categorie: bioetica
martedì, 24 ottobre 2006

Esperti a confronto a Milano per discuterne
Medicina: per «errori», 90 morti al giorno
Gli «sbagli» in sanità causerebbero, secondo alcune stime, più vittime degli incidenti stradali, dell'infarto e di molti tumori

MILANO - Sarebbero da 30 a 35mila all'anno, circa 90 al giorno, i decessi provocati direttamente o indirettamente dagli errori dei medici o comunque dei sistemi di assistenza e cura. Un numero di vittime maggiori, quindi, degli incidenti stradali, dell'infarto e di molti tumori, con costi annuali stimati in 10 miliardi di euro (1% del Pil). E la metà di questi errori potrebbe porbabilmente essere evitato migliorando l'organizzazione delle strutture sanitarie e offrendo ai medici strumenti «anti-svista» ad hoc.

ESPERTI A CONFRONTO - Per definire i numeri dell'emergenza e studiare soluzioni è in corso oggi alla Fondazione Irccs Istituto nazionale tumori (Int) di Milano un convegno promosso dall'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) in collaborazione con il gruppo Dompè Biotec. Vi partecipano specialisti oncologi e giuristi. «Sui dati degli errori medici in Italia c'è molta confusione, e molte cifre vanno ridimensionate o interpretate», ha spiegato Emilio Bajetta, presidente dell'Aiom e direttore della Struttura complessa di Oncologia medica 2 all'Int. Secondo l'Aaroi (Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani) le vittime italiane di errori medico-sanitari sono 14mila l'anno, mentre secondo l'Assinform arrivano a 50mila. Per gli esperti riuniti a Milano «una stima realistica fissa il numero di morti a 30-35mila l'anno, pari al 5,5% del totale decessi».

REPARTI A RISCHIO - A guidare la classifica dei reparti più a rischio secondo la fonte «Toscana Medica» - c'è la sala operatoria (32%), seguita da dipartimenti degenze (28%), dipartimenti urgenza (22%) e ambulatori (18%). Mentre la specialitá più sotto accusa - a riferirlo è il Tribunale per i diritti del malato - è l'ortopedia (16,5%), seguita da oncologia (13%), ostetricia e ginecologia (10,8%) e chirurgia generale (10,6%). «Ma il contenzioso in oncologia è in netto calo - ha assicurato Bajetta - con percentuali attualmente scese dal 13% al 10%. E il 90% dei medici o degli ospedali citati in giudizio viene assolta».

FARMACI SBAGLIATI - Il trend in calo per l'oncologia non cancella però il problema. Specie pensando all'aumento esponenziale delle cause intentate ai medici e dei premi richiesti dalle assicurazioni agli ospedali (fino a due milioni di euro l'anno per le strutture più grandi). Ma quali sono le principali cause di errore? Tra i fattori imputati la somministrazione di farmaci sbagliati, che secondo un'indagine dell'Asl Roma C si colloca al primo posto per le sviste in oncologia (40% insieme alla non applicazione dei protocolli previsti).

STRUTTURE INADEGUATE - «La cosiddetta "malpractice" esiste - ha detto Bajetta - ma spesso l'errore non è dell'operatore sanitario, bensì della struttura in cui lavora»: stanchezza legata a troppi turni massacranti, procedure non controllate, cartelle cliniche o farmaci preparati in ambienti bui, sporchi o rumorosi, e diagnosi tardive per screening inefficaci. Il mancato impiego routinario del pap test, ad esempio, è la ragione per cui ancora oggi 1.500 italiane l'anno muoiono di cancro al collo dell'utero. Troppe volte, poi, si trascura «la co-presenza di varie malattie» come pure «il consenso informato al malato e alla sua famiglia», ha aggiunto Marco Venturini, primario oncologo all'ospedale di Negrara (Verona).

PRESTAZIONI«A MARCE FORZATE» - Venturini punta il dito anche contro «il sistema a prestazione, per cui il medico - sotto pressione dell'azienda, pagata a prestazione - dimette in fretta pazienti magari non del tutto stabilizzati». L'approccio dell'Aiom «è quello imposto dal vero «risk management» - ha evidenziato Venturini - Innanzitutto definire il problema e i suoi numeri, quindi capire come risolverlo. Proprio per questo la nostra associazione non solo ha censito le oncologie italiane in un Libro bianco, ma è anche andata a vedere come lavorano. E la stessa cosa la stiamo facendo con le Linee guida di buona pratica oncologica: non solo le abbiamo dettate, ma ne stiamo anche valutando l'applicazione».

TRASPARENZA -Lo specialista invoca più trasparenza e azzarda un esempio: «Su 4 milioni di atti terapeutici, il San Raffaele di Milano ha dichiarato 80 errori. Un numero troppo basso. Non bisogna avere paura nel segnalare questi episodi, perchè dagli errori si impara a beneficio dei medici e dei malati».

24 ottobre 2006
www.corriere.it

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categorie: salute, notizie varie

Malasanità

Ogni giorno 90 persone muoiono per gli errori dei medici

Causano più vittime degli incidenti stradali, dell'infarto e di molti tumori. In Italia le cifre degli "errori" commessi dai medici o provocati dalla cattiva organizzazione dei servizi sono da bollettino di guerra: tra 14 e 50mila i decessi ogni anno, circa 90 al giorno, di cui il 50% evitabile, 320.000 le persone danneggiate, con costi pari all'1% del PIL (prodotto interno lordo), 10 miliardi di euro l'anno.
Le fonti sono spesso discordi su questi numeri. Per ottenere dati certi e uniformi le societa' scientifiche cominciano ad organizzarsi e a confrontarsi. L'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), in collaborazione con Dompe' Biotec, ha deciso di organizzato un convegno nazionale proprio su questo tema all'Istituto dei Tumori di Milano.
"Il tema del rischio clinico - afferma il professor Emilio Bajetta, presidente nazionale dell'Aiom - si propone come un argomento di grande attualita', con un forte impatto socio-sanitario. Lo scopo è migliorare la prestazione sanitaria e garantire la sicurezza del paziente oncologo".
Anche perché nella speciale classifica delle specialità dove si commettono maggiori errori stilata dal Tribunale del Malato, l'oncologia con un 13% si colloca al secondo posto, preceduta dall'ortopedia e traumatologia con il 16,5% di errori, seguita dall'ostetricia (10,8%) e dalla chirurgia (10,6%). I dati nazionali disponibili sugli errori in sanità provengono da varie fonti (Anestesisti Ospedalieri, Assinform, Tribunale dei Diritti del Malato e altre) oppure sono proiezioni dalla letteratura internazionale (a partire dal rapporto Usa del 2000 To err is human) o ancora si riferiscono a studi e sperimentazioni condotti in grandi e piccoli centri di cura italiani.
Queste ultime ricerche si concentrano però essenzialmente sul problema della tracciabilità e dell'erogazione di farmaci e dispositivi per evitare il tipico scambio di confezioni o la non applicazione dei protocolli, fattori che in oncologia - seconda area medica dove si registrano più eventi avversi dopo ortopedia - rappresentano il 40% degli errori secondo una recente indagine dell'Asl Roma C. "Quelli relativi al farmaco e alla corretta esecuzione dei protocolli terapeutici - spiega Bajetta - sono fra gli errori più frequenti in oncologia".
Dagli ultimi studi internazionali risulta però che in oncologia le controversie per errori medici sono in diminuzione. Ciò però non deve sollevare in alcun modo il clinico dai propri doveri e responsabilità: una maggiore chiarezza nel comunicare i limiti della medicina e gli eventuali errori non puo' che giovare al rapporto col paziente.
Per evitare gli eventi avversi è necessario, come in ogni settore, imparare da essi. In questo senso, l'aderenza alle linee guida evidence-based, diventate largamente disponibili in oncologia, è la salvaguardia migliore contro ogni errore".

Tiscali News
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lunedì, 23 ottobre 2006

I bambini imparano a parlare dai padri

23 ottobre 2006 - Se siete padri è meglio che facciate molta attenzione a come parlate ai vostri bambini. Specialmente se hanno tra i due e i tre anni.
Una ricerca condotta all'Università della North Carolina ha scoperto infatti che sono i papà, più che le mamme, a determinare il corretto apprendimento linguistico da parte dei figli.
Per analizzare questo complesso fenomeno Lynne Vernon-Feagans, la ricercatrice che ha condotto lo studio, ha preso in considerazione 92 famiglie e ha monitorato quantità e qualità delle frasi dette dai genitori ai loro figli. Ed effettivamente ha notato che i bambini con padri che facevano uso di un vocabolario più variegato imparavano la lingua notevolmente meglio. Contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettati, però, questi padri parlavano meno delle madri, a dimostrazione che a favorire l'apprendimento linguistico non sarebbe determinante la quantità di parole dette quanto invece il contenuto delle frasi che i bambini sentono dai genitori maschi.
Tutto ciò secondo gli studiosi non avverrebbe con le madri, tradizionalmente considerate fondamentali nell'apprendimento delle abilità linguistiche dei bambini.

www.focus.it

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PET THERAPY, PRIMI PROGETTI PER DIALISI E DISABILI
In Lazio e Campania

23 ottobre 2006 - Prendono il via i primi due progetti scientifici italiani sulla pet therapy, sempre piu' diffusa come supporto psicologico per i pazienti, soprattutto bambini e anziani, vittime di malattie psichiatriche (dalla depressione all'autismo), di tumori o di malattie renali che costringono alla dialisi, ma anche lungodegenti e disabili. Finanziati con 150.000 euro per tre anni grazie a una convenzione con l'Istituto di Medicina Sociale, i due progetti si svolgono in Lazio e Campania, ha detto la biologa Alessandra Maltese, dell'Istituto Neutraumatologico Italiano, a margine del seminario di pet therapy che si chiude a Roma.
Anche in Italia, quindi, la pet therapy diventa per la prima volta terreno di ricerca e sperimentazione. Pazienti in dialisi (a Napoli) e disabili (a Roma) saranno i protagonisti dei primi due progetti. Nel frattempo gli esperti sono al lavoro perche' questa particolarissima forma di terapia cominci ad organizzarsi. 'Della pet therapy si parla molto, ma in realta' c'e' ancora poca preparazione e poca collaborazione tra gli addetti ai lavori. L'ideale - ha osservato Alessandra Maltese - sarebbe arrivare in futuro a linee guida nazionali', con un percorso unico di formazione.
La priorita', ha aggiunto, e' 'fare in modo che nulla sia lasciato all'improvvisazione'. Per questo si lavora per creare gruppi di lavoro interdisciplinari che comprendano medici, psicologi o psichiatri, veterinari, educatori, logopedisti e fisioterapisti, uniti attorno a programmi di riabilitazione ben definiti. E avendo presente, inoltre, che la pet therapy non e' soltanto terapia, ma comprende almeno tre specializzazioni, distinte a seconda del tipo di intervento e del tipo di pazienti: l'attivita', la terapia e l'educazione assistite con animali.
Cani, cavalli, pony, conigli, ma anche asini (sempre piu' numerosi) e cincilla' (dal carattere dolce e i polpastrelli morbidi, non graffiano e non mordono) sono in prima fila tra gli animali che aiutano a sopportare il peso della malattia. Tanti i progetti che coinvolgono i gatti, ma secondo alcuni esperti questi animali non sempre sono tranquilli al di fuori del loro habitat. Affidabilita', prevedibilita', capacita' di accettare situazioni nuove e di interagire con persone di tutte le eta' e in tutte le condizioni sono le qualita' richieste agli animali della pet therapy, ciascuno dei quali deve superare una selezione e quindi un periodo di educazione. A stabilire, poi, l'animale piu' adatto a un particolare paziente sono gli esperti, considerando le caratteristiche di entrambi.

(ANSA)

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categorie: salute
domenica, 22 ottobre 2006

Disturbi alimentari, la diagnosi è nei capelli

18 ottobre 2006 - Un piccolo studio pilota condotto presso la Brigham Young University (Utah, USA) avrebbe mostrato che una diagnosi di anoressia nervosa o di bulimia può essere effettuata grazie all’analisi di un campione di capelli del paziente . Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Rapid Communications in Mass Spectrometry e potrebbe trovare una rapida applicazione clinica.

Sono stati analizzati i capelli di 20 donne che seguono un trattamento per curare un disturbo del comportamento alimentare e di 22 donne con normali abitudini alimentari. I capelli crescono grazie all’aggiunta di nuove proteine alla base del filone, che permettono l’uscita dal follicolo di una nuova porzione di capello. La costruzione di questo filone proteico è fortemente influenzata dall’alimentazione.

È possibile valutare l’alimentazione quotidiana grazie ad un’analisi chiamata “spettrometria di massa” che misura la presenza di particolari forme di carbonio e azoto (componenti fondamentali delle proteine) nel capello. Modificazioni della dieta possono essere misurare dopo un solo mese. I ricercatori stanno ora pensando di valutare lo stato di crescita dei peli delle gambe in modo da ottenere un valore valido ogni sei giorni.

Le diagnosi e i controlli di aderenza ad un trattamento attualmente si basano su questionari e interviste orali che dipendono molto dall’onestà del paziente, la cui mancanza è spesso un sintomo tipico dei disturbi alimentari, e dall’abilità del medico di individuare una bugia. “Ora basterà prendere un campione di capelli per vedere se il paziente sta davvero seguendo il regime imposto dal trattamento”, spiega l’autore Kent Hatch, del Dipartimento di biologia integrativa dell’università.

Secondo i ricercatori vale la pena di approntare studi più grandi che offrano una significatività statistica maggiore e che giustifichino l’esame dei capelli come routine clinica in casi sospetti o conclamati di anoressia nervosa o di bulimia. “Questo esame potrebbe fornire al medico una misura obiettiva da usare per diagnosticare un disturbo alimentare, e noi speriamo che permetta diagnosi sempre più precoci”.

Fonte: Hatch KA, Crawford MA et al. An objective means of diagnosing anorexia nervosa and bulimia nervosa using 15N/14N and 13C/12C ratios in hair. Rapid Communications in Mass Spectrometry 2006; 20(22):3367-3373.

caterina visco


Il Pensiero Scientifico Editore

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sabato, 21 ottobre 2006

Il tatuaggio rende meno sensibili al tatto

17 ottobre 2006 - Il tatuaggio fa male alla pelle? È quello che si è chiesto un ricercatore dell’università del Nord Colorado (Usa), che ha misurato la sensibilità della pelle di alcuni volontari, con uno strumento particolare: l’estesiometro. L'apparecchio ha due punte di plastica, che possono essere mosse indipendentemente una dall’altra. Quando vengono passate sulla pelle, le persone con la pelle più “ricettiva” riescono a sentire due punture, anche quando le punte sono molto ravvicinate, mentre le persone meno sensibili - a livello cutaneo - ne sentono una sola. In questo modo, si misura la sensibilità della pelle, che sembra ridursi sulle parti tatuate. I volontari tatuati sul polpaccio, per esempio, avevano molta meno sensibilità sulla gamba con il tatoo che su quella “senza inchiostro”.
Le cause sono ancora ignote, forse la sensibilità si riduce a causa dell’eccessiva stimolazione della pelle
durante il tatuaggio, oppure è l’inchiostro che rende la cute molto meno ricettiva al tocco. 

www.focus.it

postato da: camozzi alle ore 09:47 | link | commenti
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venerdì, 20 ottobre 2006

Otto colori per tutte le culture
Lo studio è stato condotto utilizzando l'analisi a cluster del World Color Survey

19.10.2006 Rosso, verde, giallo-arancione, blu, violetto, marrone, rosa e grigio-blu: sono nomi di colori a noi familiari, ma si può dire lo stesso per le altre culture? In fondo la scala cromatica è continua e non è detto che tutti debbano trovare le stesse categorie di classificazione. Uno studio pubblicato sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Science" sostiene che invece è proprio così: dall’Abidji allo Zapoteco la percezione e l’assegnazione dei nomi ha una notevole omogeneità tra le diverse culture.
In alcune lingue, i colori vengono classificati con un numero di categorie inferiore, ma queste sono in genere riconducibili alle otto elencate in precedenza.
“Sebbene la cultura possa influenzare il modo in cui vengono chiamati i colori, nel nostro cervello vediamo il mondo all’incirca nello stesso modo”, ha spiegato Delwin Lindsey, ricercatore del Dipartimento di psicologia della
Ohio State University, che ha guidato lo studio. “Non importa se sei un nativo della Costa D’Avorio che parla Abidji o un Messicano che si esprime in Zapoteco.”
Insieme con Angela Brown, professore associato della stessa università, Lindsey ha utilizzato i dati del World Color Survey (WCS), una collezione di nomi di colori forniti da 2.616 persone di 110 delle lingue non scritte più parlate nelle società preindustriali. Utilizzando un metodo chiamato analisi a cluster è stato possibile così avere una misura delle similitudini tra le diverse categorizzazioni utilizzate nel mondo.

www.lescienze.it

foto di funnybear

postato da: camozzi alle ore 09:26 | link | commenti
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