La sperimentazione animale è un alibi
30/1/2007 - Già nel 1972 G. Maccacaro nella prefazione al libro di M. H.Pappaworth "Cavie umane. La sperimentazione sull'uomo" affermava: "nella patologia umana si osserva una recessione della forma prevalentemente cronico- degenerativa....; ciò indica il passaggio ad una patologia dell'uomo in quanto tale, altamente antropica per genesi e specificità: ovvero nell'uomo sono ormai preponderanti i cosiddetti "disordini da civiltà".
Questa illuminata ed illuminante considerazione si ricollega alle tante considerazioni fatte dagli esponenti dell'antivivisezionismo scientifico che portano a concludere che qualunque risultato ottenuto provando farmaci su animali, non può essere trasferito all'uomo, anche perché la sua patologia odierna non è rintracciabile in alcuna altra specie animale.
Del resto qualunque dato ottenuto sull'animale può risultare identico, simile o completamente diverso sull'uomo e, anche se "a posteriori " verifichiamo una certa percentuale di coincidenza dei dati, tuttavia "a priori" non sapremo se la sostanza sarà innocua, tossica o mortale per l'uomo.
E' dunque l'uomo, su cui è obbligatorio oggi provare il farmaco, la vera "cavia", e la prova sull'animale è solo l'alibi per rendere accettabile una sperimentazione altrimenti eticamente illecita. Di ciò sono ben consci i vivisettori che non esitano a passare dalla vivisezione dell'animale a quella sull'uomo.
E non occorre andare con la memoria ai campi di sterminio nazisti; molti, infatti, sono i casi di "cavie umane" denunciati dalla stampa sia italiana che estera. Come afferma sempre nel citato libro G. Maccacaro "l'industria farmaceutica presenta ogni anno al nostro Ministero della Sanità alcune centinaia di domande di registrazione di nuove specialità medicinali. La legge impone che ogni domanda sia corredata, fra l'altro, da una o più relazioni firmate da un clinico e referenti, su prove da lui eseguite in soggetti umani, generalmente malati. Poiché ogni relazione verte su qualche decina di pazienti, ci si rende conto che in Italia, migliaia di persone sono sottoposte, quasi sempre a loro insaputa, ad esperimenti intesi ad accertare l'attività terapeutica e tossica di questo o di quel medicinale." Risulta quindi grave e sorprendente che in Italia manchi una legge organica che disciplini la sperimentazione umana.
E' lo stesso Ministero della Sanità che il 1/9/1990, in risposta all'interrogazione n. 4/1079 degli onorevoli Tamino e Ronchi, afferma che: "Circa il problema della sperimentazione clinica, si fa presente che, attualmente, non esiste una normativa che la disciplini compiutamente, sebbene in passato siano state presentate diverse proposte di legge".
Nella prassi clinica, invece, la sperimentazione viene suddivisa in 4 fasi:
a) fase preliminare: sotto stretto controllo di esperti, il prodotto è dato ad un piccolo campione di soggetti sani volontari per un periodo di tempo necessario ad ottenere dati attendibili sulle sue caratteristiche di farmacocinetica, di farmacodinamica e di tollerabilità, nonché a stabilire per le successive fasi della sperimentazione se vi siano differenze nella risposta in funzione delle vie di somministrazione;
b) fase pilota: è volta a stabilire in via preliminare, ma con dati attendibili, le proprietà di efficacia terapeutica e di eventuali effetti collaterali non desiderati del prodotto. In questa fase, in ambiente clinico qualificato, il prodotto viene saggiato su piccoli gruppi di pazienti consenzienti affetti dalla malattia per la quale il prodotto è stato predisposto;
c) fase su larga scala: è condotta su casistiche più numerose di pazienti, preferibilmente in disegno policentrico, al fine di dimostrare con metodologia adeguata, le effettive proprietà terapeutiche del prodotto e la sua tossicità, anche in relazione alla sua dose di mantenimento, che va individuata. In questa fase, specie per i prodotti di nuova istituzione, ed in particolare per quelli essenziali, destinati alle forme patologiche più frequenti o più gravi, alcuni di questi studi clinici controllati, oltre a confermare l'efficacia del nuovo prodotto ed i suoi reali vantaggi terapeutici rispetto a prodotti di provata efficacia già in commercio, prolungando i tempi di osservazione delle "coorti" trattate, devono rilevare gli eventuali effetti collaterali del farmaco, in termini di frequenza, di qualità e di entità;
d) fase di farmaco-vigilanza: è finalizzata alla individuazione, quantizzazione e studio dell'importanza degli effetti collaterali indesiderati del prodotto e ad una più precisa definizione della sua efficacia e delle sue interazioni con altri farmaci.
E' la stessa OMS a raccomandare la sperimentazione sull'uomo: basta leggere quanto scrive il Consiglio delle Organizzazioni Internazionali delle Scienze Mediche (CIOMS) nelle linee direttive internazionali proposte per l'impiego di soggetti umani nella ricerca biomedica (atti della XV Tavola Rotonda, Manila 13-16 settembre 1981) "..anche nel caso di medicinali o vaccini destinati a bambini, le ricerche condotte su adulti, volte ad accertarne la sicurezza e l'efficacia, dovrebbero aver raggiunto uno stadio avanzato prima che venga presa in considerazione la loro sperimentazione su soggetti più giovani. Non è giusto, però, ritardare senza buone ragioni questi esperimenti quando essi risultino opportuni: i farmaci in commercio sarebbero somministrati ai bambini senza fruire delle conoscenze scientifiche cliniche progettate a questo scopo. In queste circostanze, l'affermazione per cui sia la ricerca scientifica che quella terapeutica su bambini sia intrinsecamente immorale, diviene insostenibile.."
In definitiva tutte le norme nazionali ed internazionali tendono ad affermare che senza diretta sperimentazione sull'uomo (e se necessario su bambini - per lo più del terzo mondo!) i farmaci sarebbero somministrati senza adeguate conoscenze cliniche nonostante la precedente sperimentazione animale.
Per questo è opportuno anzitutto discutere sull'enorme quantità di farmaci in commercio (tra l'altro in 10 anni ne sono stati ritirati, perché inefficaci e tossici, circa 25.000!) e quindi valutare se e come possa essere fatta una corretta sperimentazione, eticamente accettabile sull'uomo, senza l'inganno (o l'alibi) della sperimentazione animale.
La sperimentazione clinica diventa lecita quando ha lo scopo di giovare al paziente e quindi è fatta su persona portatrice della malattia in esame e quando la terapia sperimentale è applicata soltanto se non esistono, allo stato attuale, altre terapie ritenute più o ugualmente idonee a curare il paziente.
Ulteriore garanzia di validità della terapia sperimentale, la quale non deve rappresentare un rischio per il paziente, deriva da una sperimentazione pre-clinica basata su metodologie scientificamente attendibili e che quindi siano in grado di produrre dati oggettivi sui possibili effetti tossici e non del farmaco e della terapia in questione. In tal senso i dati ottenuti sugli animali non sono in grado di dare alcuna indicazione riguardo ai possibili effetti sull'uomo. Inoltre, condizione assolutamente essenziale per la sperimentazione clinica sull'uomo, è il consenso volontario del soggetto, che dovrà essere informato, non solo preliminarmente, ma anche durante tutto il periodo della sperimentazione, delle complicazioni, dei rischi, degli effetti e dei benefici sulla salute.
[gianni tamino - www.equivita.it]
Il settimo senso
Il segreto della visione telepatica raccontato da una “spia psichica” dell'Esercito statunitense
30 gennaio 2007 - Dopo molti anni di analisi e di interpretazione, l'autore rivela le tecniche e gli esercizi mentali utilizzati per addestrare alla visione telepatica e dimostra come ognuno di noi abbia in sé delle potenziali capacità psichiche che può esplorare e utilizzare da solo.
Nel corso degli ultimi trent'anni, il governo degli Stati Uniti ha addestrato segretamente un corpo militare scelto nell'arte della “visione telepatica” (la capacità di percepire i pensieri e le esperienze degli altri attraverso il potere della mente umana).
Per la prima volta, Lyn Buchanan, oggi esperto di fama mondiale, racconta in modo esaustivo e sincero le proprie esperienze. Assegnato per quasi un decennio a un gruppo clandestino dei servizi segreti, Buchanan ha addestrato il personale militare a utilizzare le proprie capacità psichiche come strumento di raccolta dati durante la crisi degli ostaggi iraniani, il disastro di Chernobyl e la Guerra del Golfo.
Nel suo incredibile resoconto, Buchanan ci parla del suo raro talento e di come da semplice soldato si sia trasformato in una delle spie psichiche più eminenti del Paese. Lavorare su progetti governativi e militari top secret utilizzando lo “spionaggio mentale” ha portato dei cambiamenti permanenti nella vita di Buchanan.
Chi è interessato a uno sguardo duro, scientifico sulla realtà delle operazioni psichiche segrete nel mondo, o chi si è chiesto se possiede le potenzialità per sviluppare la visione telepatica, troverà le risposte in questa affascinante cronaca della vita di una spia psichica.
Milano, 28 gen . 2007 - Soffrire in nome del look. Jeans troppo aderenti, tacchi esagerati, scarpe strette, reggiseni che comprimono, tessuti impossibili, ombelichi scoperti anche d'inverno: seguire la moda a volte fa male. Infatti, 8 donne su 10 soffrono e talvolta si ammalano per colpa degli abiti o degli accessori che portano. Vere e proprie fashion victim, con problemi di circolazione e di sudorazione, irritazioni e allergie, escoriazioni, dermatiti, infezioni e dolori di diverso tipo. L'allarme emerge da una ricerca del mensile Salute Naturale (Edizioni Riza), in edicola da domani, che ha studiato il rapporto fra abiti, accessori e malessere fisico di 986 donne italiane di età compresa fra i 20 e i 55 anni.
Il dato di partenza è già di per sé significativo: all'82% delle donne capita o è capitato di accusare malesseri e disagi per colpa dell'abbigliamento o degli accessori che indossa. Si va dai problemi di circolazione (62%) alla sudorazione eccessiva (59%), dalle dermatiti (43%) ai calli ed escoriazioni ai piedi (39%). Per non parlare delle reazioni allergiche - dovute soprattutto al contatto delle fibbie, dei ferretti e dei bottoni con la pelle - (31%) dei gonfiori alle gambe (21%) e dei mal di schiena (18%). Le cause principali? Abiti dalle taglie troppo piccole (28%), scarpe irrimediabilmente scomode (26%), tessuti sintetici o non traspiranti (15%), biancheria intima fastidiosa (12%) o borse pesanti (8%).
La lista degli indumenti e degli accessori killer è presto fatta: reggiseni col ferretto (72%), scarpe col tacco alto (65%), jeans troppo aderenti (61%), perizomi (58%), magliette che lasciano scoperto l'ombelico anche d'inverno (52%), orecchini di bigiotteria (32%), collant troppo costrittivi (28%).
''Scarpe strette e con il tacco alto, oltre a causare vesciche, comportano la continua contrazione del polpaccio, compromettendo la circolazione - spiegano gli esperti di Salute Naturale - e tutte le donne sanno quanto sia importante per la cellulite. Senza considerare che questo tipo di calzature è una delle principali concause per l'alluce valgo, di cui ormai soffre una donna su tre''.
Ci sono occasioni in cui le donne italiane scelgono di soffrire lo stesso pur di far colpo o quanto meno di non sfigurare. Ovviamente nelle serate eleganti o agli appuntamenti galanti (31%), ma anche quando fanno sport (25%), negli appuntamenti formali al lavoro (19%) o durante i viaggi (13%). Tutto questo accade nonostante molte signore (56%) affermino di guardare con attenzione le etichette dei capi che acquistano. Resta il fatto che la ricerca di abiti e/o accessori che salvaguardano in primo luogo il benessere fisico è una priorità appena di una donna su quattro (24%). Per il futuro? Il 34% sogna abiti dimagranti, il 26% tessuti massaggianti e il 14% vestiti antisudore. Nell'attesa non resta che continuare a soffrire per ben apparire, ovviamente cercano di essere sempre sexy e all'ultima moda.
(Adnkronos)
24-01-2007. Il 13 dicembre scorso, un comitato consultivo della Food and Drug Administration (FDA), l'Agenzia statunitense di controllo sui farmaci, con sei voti contro di due, ha raccomandato di disporre che sui foglietti degli antidepressivi sia inserito un black-box, il livello massimo di avvertenza per medici e pazienti, sul rischio di suicidio che questi medicinali provocano nei giovani tra i 18 e i 24 anni.
Il Comitato, dopo aver preso in esame 372 studi clinici, per una popolazione coinvolta di quasi 100.000 pazienti adulti, ha ritenuto che il rischio di suicidio connesso all'uso di antidepressivi sia più forte per i giovani adulti fino ai 25 anni. Inoltre, sono stati analizzati 24 studi clinici eseguiti su più di 4.400 bambini e adolescenti: l’analisi degli studi pediatrici ha evidenziato un aumentato rischio di suicidio durante la prima fase di trattamento.
Un'altro studio, coordinato da Ricercatori dell'University of Kuopio (Finlandia), per valutare il rischio di suicidio e la mortalità generale durante trattamento con farmaci antidepressivi in una condizione di vita reale, ha preso in esame 15.390 pazienti che erano stati ospedalizzati a causa di un tentativo di suicidio tra il gennaio 1997 ed il dicembre 2003, in Finlandia. I pazienti non erano affetti da psicosi. L'impiego della Fluoxetina (Prozac) è risultato associato al più basso rischio di suicidio, mentre quello della Venlafaxina (Efexor/Effexor) al più alto. La più bassa mortalità è stata osservata durante l'impiego degli inibitori selettivi del riassorbimento della serotonina (SSRI), attribuibile ad una riduzione delle morti cardiovascolari e cerebrovascolari. Tra i soggetti che non avevano mai fatto uso dei farmaci antidepressivi, l'impiego corrente dell’antidepressivo è risultato associato ad un sensibile aumento del rischio di tentativo di suicidio, seppur il tasso di mortalità sia più alto nel caso di un uso non regolare dell'antidepressivo.
Non sono state osservate differenze tra i risultati osservati tra i soggetti di età compresa tra 10 e 19 anni e quelli della popolazione generale, ad eccezione di un aumentato rischio di morte con l'uso della Paroxetina (Paxil, in Italia Seroxat).
Secondo un articolo pubblicato nella prima pagina del New York Times, dal titolo “Proof Is Scant on Psychiatric Drug Mix for Young”, circa 1,6 milioni di bambini e adolescenti, di cui 280.000 al di sotto dei 10 anni di età, hanno ricevuto due o più psicofarmaci in combinazione nel solo ultimo anno. Il dott. Thomas R. Insel, direttore dell'Istituto Nazionale di Salute Mentale, dice: “Non esiste alcun solido dato scientifico che giustifichi l'uso spropositato che si fa di queste medicine sugli adolescenti, in particolare sui più giovani, per i quali i dati scientifici a disposizione sono ancora più scarsi”. Tuttavia, i dati esistenti sono sufficienti a mettere in guardia i consumatori circa questi farmaci: uno studio. di quest'anno, del Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, riferisce che 25 decessi, di cui 19 bambini, sono collegate all'uso di farmaci contro l'ADHD (Attention Deficit and Hyperactivity Disorder - Disturbo da Deficit d'Attenzione e Iperattività). Gli antipsicotici si sono resi responsabili di almeno 24 decessi.
Il New York Times ha rivelato anche i risultati di un'analisi eseguita dalla Medco Health Solutions: “Dal 2001 al 2005 l'uso di farmaci antipsicotici su bambini e adolescenti è cresciuto del 73%, e tra le ragazze è più che raddoppiato”. L'articolo riferisce anche che: “Gli stimolanti come il Ritalin sono di gran lunga lo psicofarmaco più prescritto ai bambini. Ma spesso i dottori accoppiano gli stimolanti con antidepressivi, antipsicotici e anticonvulsivi, sebbene alcuni di questi farmaci possano causare effetti collaterali molto gravi, sebbene ci sia scarsità di prove sui loro benefici e manchi del tutto l'evidenza su come interagiscano tra di loro ad influenzare lo sviluppo mentale e fisico”.
L'articolo infine rivela come “lo scorso anno la Food and Drug Administration ha richiesto ai produttori di farmaci di stampare sulle loro etichette l'avviso che gli antidepressivi possono causare istinti e comportamenti suicidi in alcuni bambini. Gli anticonvulsivi contengono etichette che mettono in guardia contro i danni a fegato, pancreas e pelle. Gli effetti collaterali degli antipsicotici possono includere rapido aumento di peso, diabete, tic irreversibili e, in pazienti anziani affetti da dementia, il decesso improvviso. Quando questi farmaci vengono usati mescolati, i rischi si combinano”.
Nonostante gli oltre 20 avvisi di cautela sugli psicofarmaci pubblicati negli ultimi due anni, questi vengono prescritti a bambini senza prima eseguire alcun test oggettivo e scientifico - analisi del sangue, TAC del cervello o radiografie - che possa provare la necessità dell'impiego di questi farmaci.
Nonostante l'evidenza scientifica della pericolosità di questi farmaci, il complesso psico-farmaceutico che fà capo a Big Pharma continua a spingere la vendita di questi farmaci potenzialmente fatali a bambini e adolescenti, da soli o in combinazione, che fruttano alle case farmaceutiche profitti di miliardi di euro.
Fonte: Drug Administration (FDA) / gennaio 2007
L'Acqua che guarisce
Masaru Emoto, che da oltre dieci anni compie affascinanti esperimenti sull'acqua e ha scoperto che le sue molecole reagiscono a qualsiasi tipo di stimolo esterno – visivo, sonoro ecc. – si è trovato in perfetta sintonia con Jürgen Fliege, un sacerdote molto noto al pubblico televisivo tedesco per il suo ruolo di moderatore svolto in numerosi programmi, il quale crede fermamente che dio si riveli in ogni goccia d'acqua.
Ne è nato un libro originalissimo, corredato, come i precedenti, da seducenti fotografie a colori di cristalli d'acqua. L'acqua, materia prima, “originaria”, è stata fin dall'antichità il simbolo dell'anima, e la forza terapeutica dell'acqua – sia per uso esterno sia interno – che scaturisce da certe fonti termali, è nota da tempo immemore. Inoltre, in tutta Europa esiste un gran numero di sorgenti dedicate alla vergine Maria o ad altri santi attorno alle quali sono sorti santuari e luoghi di pellegrinaggio.
Ciò nonostante è bene anche sapere che non ogni acqua, per il solo fatto di sgorgare fresca e pura da una sorgente, possiede naturali indicazioni terapeutiche. Se si vuole utilizzare l'acqua come sostanza terapeutica, la si può caricare di nuove informazioni, come avviene nell'omeopatia, nella terapia dei fiori di Bach e nella cosiddetta “vivificazione” dell'acqua. Per poter capire il modo in cui queste acque terapeutiche agiscono, dobbiamo però sganciarci dal classico pensiero di tipo materialistico.
L'acqua per lo più viene solo avvicinata ai medicinali, e soprattutto viene caricata energicamente, ma può trasferire in noi anche qualsiasi altra potenzialità terapeutica, perfino quella che ci deriva dai suoni. Un libro stimolante, scritto non soltanto a quattro mani ma anche grazie anche al contributo di molti specialisti di guarigione olistica che hanno sperimentato le enormi possibilità di questo straordinario veicolo, dotato addirittura, come i precedenti lavori di Emoto testimoniano, di una memoria propria.
L’ultimo segreto delle lacrime
Una ricerca americana individua una nuova sostanza, l'oleamide. Potrebbe risolvere i problemi di vista di milioni di persone
23 gennaio 2006 - Gioia, amarezza, nostalgia, amore. Motivi per piangere ce ne sono molti. Fino ad oggi però non si conosceva l’esatta composizione delle lacrime, che i medici chiamano con il termine specifico “film lacrimale”. Ma ora una recente ricerca ha svelato la loro complessa struttura, con alcune scoperte che in futuro potrebbero aiutare a migliorare la vita di molte persone.
Triplo film
Finora era noto soltanto che le lacrime sono costituite da uno strato acquoso (che noi crediamo sia la lacrima vera e propria), racchiuso tra due microscopici strati o involucri che riducono gli attriti e combattono i batteri. Quello più interno è costituito da muco e rende idrofila la superficie dell’occhio; lo strato esterno, invece, è composto essenzialmente da grassi.
Proprio su quest’ultimo è stata scoperta la presenza dell’oleamide, una molecola di grasso che si pensa contribuisca a mantenere l’occhio umido.
Finora si riteneva che l’oleamide si trovasse solo nel cervello e fosse in relazione con il nostro sonno. Ma la sua presenza nell’occhio è una vera novità.
Lacrime di gioia
La scoperta potrebbe permettere di risolvere un disturbo oggi sempre più diffuso: la secchezza dell’occhio. Un problema non da poco perché, oltre a procurare fastidio e ostacolare una visione limpida, costringe milioni di persone in tutto il mondo a usare sempre un particolare tipo di collirio.
La scoperta dell’oleamide è stata resa possibile usando per la prima volta la “spettrometria di massa”, un esame che consente di ravvisare la presenza delle sostanze in un composto, anche in quantità infinitamente piccole. «Finora si sono usate altre tecniche – ha dichiarato Kelly Nichols, che ha coordinato lo studio – ma questo metodo consente una maggiore precisione».
Il tempo necessario per assemblare il mondo
Al cervello serve un centesimo di secondo per unificare in un tutto diversi dettagli
24.01.2007 Basta un’occhiata per percepire una scena ricca di dettagli, ma a differenza di quanto succede in una fotografia o un video, che li pongono tutti sullo stesso livello, il nostro cervello elabora fora, colore e movimento in circuiti cerebrali distinti e soltanto in un secondo momento li fonde – in un processo di “congiunzione” – per ottenere un quadro unico e coerente della situazione.
In un esperimento condotto presso il Salk Institute for Biological Studies di La Jolla , in California, un gruppo di ricercatori è riuscito a misurare il tempo necessario al nostro cervello per costruire come un tutto unico un oggetto percepito: esattamente un centesimo di secondo, “una quantità di tempo molto piccola – come si è espresso John Reynolds, che ha diretto la ricerca, descritta sull’ultimo numero di Neuroscience – ma consistente”.
Per misurare questo tempo di integrazione delle caratteristiche dell’oggetto, a un gruppo di volontari sono state presentate, con intermittenze di varia velocità, coppie di immagini costituite per esempio da una semplice struttura a righe verticali rosse e una a righe orizzontali verdi.
Per presentazioni molto rapide, lo stimolo risultava invisibile, mentre rallentando un poco la velocità di presentazione, i soggetti iniziavano a percepire solamente una orientazione dell’oggetto. Rallentando ulteriormente, venivano percepiti orientazione e colore, ma ai volontari risultava impossibile indicare quale immagine (per esempio quella verticale o quella orizzontale) fosse associata a quale colore. In altri termini: il cervello poteva vedere sia colori sia forme, ma non era in grado di combinarle: le caratteristiche degli stimoli erano presenti alla percezione, ma il cervello non aveva a disposizione il tempo necessario per elaborare il loro collegamento in un tutto unico.
Infine, a velocità ancora più basse, infine, ai soggetti era possibile individuare e riferire correttamente colore e orientazione dei singoli oggetti.
In merito alla vicenda delle scimmie rinchiuse nell’Università del Connecticut per essere sottoposte ad un controverso esperimento di neuroscienza e di cui l’OIPA si è ampiamente occupata nei mesi scorsi, è arrivata la conferma che il progetto è stato fermato e i ricercatori sono stati sanzionati dopo che la USDA (U.S. Department of Agriculture) ha effettuato un’ispezione e riscontrato una dozzina di violazioni all’interno del laboratorio.
Il progetto aveva permesso ai ricercatori di trapanare il cranio delle scimmie per poi impiantare bobine di acciaio atte a registrare i movimenti degli occhi.
Waitzman, responsabile della ricerca ha fermato il progetto dopo che il Vice Presidente esecutivo del “UConn Health Center” ha inviato una lettera di ammonimento all’Istituto che finanziava la ricerca.
I membri dello staff che conducevano la ricerca sono stati sospesi dal laboratorio e hanno ricevuto l’ordine di effettuare una riabilitazione degli animali utilizzati negli esperimenti.
L’Università ha assicurato che non saranno più utilizzati i primati e presto sarà costruito un centro per una ricerca senza animali.
Napoleone: non fu avvelenato, morì di cancro
I ricercatori hanno anche indicato la stadiazione del tumore
19.01.2007 Di che cosa è morto Napoleone? Nei quasi due secoli che ci separano da quell’evento – avvenuto il 5 maggio 1821 – diverse ipotesi si sono succedute. L’autopsia condotta all’epoca dal suo medico personale, Francesco Antonmarchi, con la supervisione di cinque medici inglesi aveva imputato la scomparsa dell’ex-imperatore a un cancro allo stomaco, ma pochi dei suoi sostenitori vi credettero, avanzando il sospetto che in realtà fosse stato eliminato nel timore che potesse scappare dal confino a Sant’Elena per tornare in Francia, così come aveva già fatto quando era stato esiliato all’Isola d’Elba.
Un esame tossicologico eseguito nel 1961 su un ciuffo di capelli raccolto dopo la sua morte aveva messo in evidenza una forte concentrazione di arsenico, rilanciando la tesi del complotto. Due anni fa, infine, un anatomo-patologo di San Francisco, Steven Karch, avenzò l’ipotesi che il decesso fosse stato in realtà provocato dai tentativi di alleviare i suoi disturbi condotti dai suoi medici con clisteri a base di tartrato di potassio e antimonio, che avrebbero finito per provocargli la indrome di Torsades de Pointes, caratterizzata da una tachicardia parossistica.
Ora un gruppo di studiosi svizzeri, canadesi e statunitensi, diretto da Robert Genta del Southwestern Medical Center dell’Università del Texas sostiene che bisogna tornare all’origine. Esaminando attentamente i rapporti dell’autopsia originaria, i resoconti relativi allo stato di salute di Napoleone nell’ultimo scorcio della sua vita – negli ultimi sei mesi aveva perso 10 chili – e confrontandoli con le conoscenze sui tumori gastrici di cui disponiamo oggi, hanno concluso che egli morì in seguito a una emorragia conseguente a un cancro allo stomaco.
Non solo, a quanto riferiscono in un articolo apparso sull’ultimo numero di Nature Clinical Practice Gastroenterology & Hepatology, il referto autoptico fu stilato con una cura tale da consentire addirittura la stadiazione del tumore, che oggi verrebbe classificato con la sigla T3N1M0, corrispondente allo stadio IIIA, ossia molto grave. Le caratteristiche delle lesioni riscontrate e del contenuto dello stomaco (una notevole quantità di materiale scuro descritto come avente la consistenza dei residui di polvere di caffè) farebbero inoltre ritenere che il tumore si sia formato per degenerazione di un’ulcera da Helicobacter pylori, e che la presunta predisposizione familiare a questo tipo di cancro (anche il padre era deceduto per un tumore gastrico) deve avere avuto tutto sommato una influenza secondaria.
18 gennaio 2007 - Quando si tratta di testamento biologico gli italiani dimostrano di aver studiato: l'84 per cento sa definire in maniera esatta le disposizioni anticipate in merito ai trattamenti sanitari a cui si accetta di essere sottoposti o meno in caso non si sia in grado di esprimere il proprio parere una volta contratta la malattia. Lo ha rivelato oggi il presidente dell'Eurispes, Gian Maria Fara, in una conferenza stampa tenutasi al Senato, dova ha svelato in anticipo i dati relativi a testamento biologico, accanimento terapeutico ed eutanasia contenuti nel Rapporto Italia 2007 redatto dall'istituto di studi.
L'indagine, svolta attraverso interviste dirette a cavallo fra novembre e dicembre 2006, fa registrare anche il parere favorevole degli italiani al recente disegno di legge sull'introduzione del testamento biologico da parte del 74,7 per cento del campione, quasi tre persone su quattro. Proprio seguendo il testo depositato in Commissione Igiene e Sanità da Ignazio Marino e Anna Finocchiaro, l'Eurispes ha chiesto agli intervistati di esprimersi sulla figura del fiduciario, la persona a cui spetterebbe il compito di verificare che quanto in precedenza firmato nel testamento biologico venga correttamente interpretato e attuato. Gli italiani chi vorrebbero fosse il fiduciario? Per l'86,3 per cento deve essere una persona cara, un parente o un amico con cui si è condivisa una lunga parte della vita.
Quando si parla di accanimento terapeutico, invece, le idee sono più confuse: solo il 41 per cento lo ha saputo definire correttamente. Infine, come ha fatto a partire già dal 1987, l'Eurispes ha chiesto agli intervistati un parere sull'eutanasia. Registrando, da venti anni a questa parte, una tendenza inequivocabile in favore di questa pratica: quasi sette italiani su dieci (68 per cento) si sono infatti dichiarati a favore, con un aumento del 26 per cento rispetto all'anno scorso. “Un dato che si spiega in parte con la concomitanza delle nostre interviste e il caso Welby”, ha spiegato Fara. E anche con la domanda posta, in qualche modo vaga, che non definiva l'eutanasia come atto attivo. “In questo caso c'è un po' di confusione: la stragrande maggioranza degli italiani identifica l'eutanasia con la sospensione delle cure, con il famoso 'staccare la spina'”, conclude Fara.
(l.g.)
Il chewing gum contro la fame
Una gomma da masticare che fa passare l’appetito, è quello che stanno studiando alcuni ricercatori inglesi.
Ci sono quelli al cioccolato come sostituti del pasto, quelli che contengono caffeina per tenersi su. Alcuni sono studiati per ridurre il colesterolo, altri ancora contengono il Viagra. Ma ora il pianeta dei chewing gum starebbe per vivere una vera e propria rivoluzione.
Un prodotto popolare
L’idea è di Steve Bloom, ricercatore che da anni lavora a una gomma da masticare capace di dare il senso di sazietà e quindi aiutare a dimagrire.
L’idea è ancora in fase sperimentale, sebbene da anni le cicche siano seguite da vicino dall’industria farmaceutica, che spera di trasformare a suo vantaggio un business dai numeri importanti. Secondo un recente studio, infatti, solo nel nostro Paese il consumo di chewing gum si attesta attorno alle 23 mila tonnellate annue.
Mastica che ti passa
Facile quindi pensare proprio alle gomme come veicolo per medicinali e cure altrimenti difficilmente somministrabili. All’origine del progetto c’è l’idea di far assimilare direttamente dalla bocca un ormone che funge da soppressore dell’appetito, il polipeptide pancreatico (Pp). Si potrebbe definirlo come il dispositivo che ci segnala che abbiamo mangiato a sufficienza. Viene rilasciato dal corpo dopo ogni pasto, anche se non tutti gli individui ne producono quantità uguali. Anzi, le persone in soprappeso tendono a produrne di meno, e quindi a sentire di più i morsi della fame.
Funziona davvero?
I ricercatori inglesi grazie a questo progetto si sono già aggiudicati due premi e fondi per la ricerca che oscillano tra i 2,5 e i 3,5 milioni di sterline. I primi esperimenti condotti su alcuni volontari hanno dimostrato che dosi moderate di Pp hanno ridotto la loro quantità di cibo giornaliera del 15-20%.
Ma ci sono ancora delle perplessità sulla possibilità di far giungere nel sangue questa molecola, troppo grande per essere introdotta in una pillola.
Ad ogni modo, sarebbe già pronta una contromossa: uno spray nasale.
(Notizia aggiornata al 19 gennaio 2007)
www.focus.it
Rochom P'ngieng sparì nel 1988 mentre era di guardia a un bufalo
Esce dalla giungla dopo 19 anni in Cambogia
La ragazza, che adesso ha 27 anni, ha sembianze per metà animalesche ma è stata riconosciuta dai genitori