ROMA, 30 maggio 2007 - Per la prima volta al mondo e' stata ricostruita una vagina utilizzando cellule staminali della stessa paziente. Gli interventi, finora due, sono stati eseguiti in Italia, nel Policlinico Umberto I di Roma. La prima paziente, e' stato annunciato oggi in una conferenza stampa, e' stata operata un anno fa, a 28 anni ed ora si e' sposata ed e' in buona salute. La seconda, una ragazza di 17 anni, e' stata operata ieri e l'intervento ha avuto successo.Le due donne erano prive di vagina a causa di una malformazione dovuta alla sindrome Mayer-Von Rokitansky-Kuster Hauser.
Per il direttore generale del Policlinico, Ubaldo Montaguti, i due interventi sono 'l'espressione di una cultura dell'eccellenza che abbiamo in questo ospedale e della grande collaborazione fra la ricerca di base e quella applicata. E' la testimonianza di come, lavorando insieme, si ottengono grandi risultati'. Anche per il preside della facolta' di Medicina, Luigi Frati, 'e' uno dei tanti esempi in cui la ricerca di base viene trasferita al mondo della clinica con passaggi molto rapidi. Questa - ha aggiunto - e' una caratteristica del Policlinico, un ospedale in grado di stare sulla cresta dell'onda dell'innovazione e di trasferire le conoscenze alla clinica con costi modesti'. Ricostruire in laboratorio la prima vagina biotech con le cellule staminali prelevate dalla stessa paziente e' stato il primo passo reso possibile dalla possibilita' di riconoscere le cellule staminali della mucosa e di farle moltiplicare. 'Un primo passo importante che apre la strada a nuove possibilita', come quella di coltivare la mucosa intestinale o quella dela bocca, ma anche congiuntiva e cornea', ha osservato la ricercatrice che ha curato questa fase dell'intervento, Cinzia Marchese, direttrice laboratorio di Biotecnologie cellulari del Policlinico. In laboratorio e' stato ottenuto un lembo di mucosa di poco piu' di tre decimetri quadrati e ad eseguire l'impianto e' stato il gruppo di Pierluigi Benedetti Panici, del reparto di Ginecologia e ostetricia dell'Umberto I. 'In entrambe le pazienti - hanno detto gli esperti - l'attecchimento del tessuto e' stato del 99%'. Il primo risultato, ottenuto un anno fa, ora e' in corso di pubblicazione sulla rivista internazionale Human Reproduction. Gia' a un mese dall'intervento la paziente aveva una mucosa e un canale vaginale normale. Buono anche il decorso del secondo intervento, eseguito ieri. La ragazza potrebbe essere dimessa gia' domani e il tessuto ottenuto in laboratorio sembra essere accettato dall'organismo della paziente.
(ANSA)
ROMA - Gli italiani bevono poco e bene, associando il consumo di alcolici alla buona tavola. Il 90 per cento infatti afferma di bere poco, privilegiando la qualitá, mentre solo il 4% ammette di alzare talvolta il gomito. Il 48%non beve per nulla, mentre il 23% beve spesso ma in modo moderato. I dati sono stati forniti da una ricerca presentata oggi a Roma dall'Ispo, l'Istituto per gli studi sulla pubblica opinione presieduto da Renato Mannheimer. Tuttavia Donato Greco, a capo del Dipartimento di prevenzione e comunicazione del ministero della Salute, punta il dito contro «messaggi tranquillizzanti come questo, che noi non condividiamo in alcun modo». E ricorda, a margine dell'incontro, che ben «il 14% degli italiani beve troppo», e che l'alcol «provoca 25 mila morti l'anno». Rappresenta, dunque, «un grosso problema del Paese su cui occorre tenere desta l'attenzione». «Non abbiamo misurato quanta gente si ubriaca in Italia - replica Mannheimer rispondendo ai giornalisti - nè tantomeno i morti provocati dall'alcol. Ci siamo limitati a fotografare, intervistando un campione di 806 italiani over 18, l'atteggiamento culturale della popolazione. Ed emerge chiaramente che gli italiani sono più moderati, più temprati sul fronte alcol, rispetto ad altri popoli europei. Non cambierò certo la mia ricerca - prosegue - per motivi politici. Ci limitiamo a rappresentare i fenomeni per quello che sono, e la fotografia che emerge dal nostro studio è quella da noi descritta».Ogni tanto un farmaco usato da milioni di persone viene ritirato dal mercato perché provoca gravi danni all’organismo. Ogni tanto un farmaco viene ritirato perché provoca la morte stessa dei consumatori (il caso del Vioxx è esemplare).
Delle migliaia di prodotti chimici di sintesi che le lobbies del farmaco producono e vendono: quanti sono sicuri e quanti invece pericolosi per la salute pubblica?
Nessuno lo può sapere se non quando si manifestano pubblicamente i danni o le morti, e questo perché le ditte che producono i farmaci, per farli entrare quanto prima nel mercato, ‘modificano’ gli studi di sicurezza e grazie alla sudditanza, per non dire collusione, delle istituzioni che dovrebbero salvaguardare la salute pubblica (FDA, AIFA, EMEA, ecc.) ce li mettono gentilmente a disposizione nelle farmacie e da qualche settimana anche nei banconi dei supermercati.
L’Aulin per esempio è stato ritirato dal mercato irlandese dall’Agenzia del Farmaco di quel paese perché ha provocato insufficienze epatiche così gravi da dover trapiantare il fegato in diversi pazienti.
L’Irlanda non è il primo paese ad avere tolto il principio chimico Nimesulide (presente nei farmaci: Aulin, Algimesil, Antalgo, Areuma, Dimesul, Domes, Efridol, Eudolene, Fansulide, Flolid, Isodol, Ledolid, Ledoren, Nerelid, Nide, Nimenol, Nims, Noxalide, Resulin, Solving, Sulidamor, Fansidol, Sulide, Idealid, Delfos, Domes, Noalgos, Algolider, Aulin, Fansidol, Mesulid, Nimesil, Remov, Migraless, Edemax, Mesulid Fast, Nimedex e in molti farmaci generici) perché pericoloso per la salute: Finlandia, Spagna già dal 2002 lo hanno fatto, assieme ad altri stati.
E in Italia?
In Italia invece, gli esperti dell’AIFA, l’Agenzia italiana (indipendente?) per il farmaco non se la sentono di danneggiare economicamente il “povero” gruppo Roche.
Secondo tale denuncia le ditte in questione "hanno partecipato ad una organizzazione illegale con lo scopo di compiere atti criminali, abusi di autorità, falsificazione di documenti ufficiali, affermazioni false in documenti ufficiali".
Quindi non stiamo parlando proprio di stinchi di santo, anche se fin qui non c’è granché di strano: le strategia del business fa questo e molto altro.
La cosa veramente scandalosa è che ci sono in commercio migliaia di farmaci pericolosi per la salute pubblica e questo con il beneplacito delle case di produzione e delle agenzie per il controllo.
L’antidiabetico Avandia (Avandamet, Avaglim) della britannica GlaxoSmithKline (Gsk), a base di Rosiglitazone, aumenta del 43% il rischio di attacchi cardiovascolari e del 64% la mortalità associata a questi eventi! La denuncia arriva direttamente dal New England Journal of Medicine, cioè dalla più prestigiosa rivista medica britannica.[1]
Questo farmaco che
Si è venuto a sapere che i farmaci di “sostituzione ormonale” che promettevano alle ‘donne in carriera’ di restare giovani e belle, di ritardare la menopausa e sconfiggere l’osteoporosi, possono provocare il cancro, embolia polmonare e infarto![2]
Nello studio della Women’s Health Iniziative pubblicato nel 2002 l’incidenza del cancro dell’ovaio, della mammella e dell’endometrio era del 63% più alta nelle donne trattate rispetto a quelle mai sottoposte a terapia ormonale sostitutiva. [3]
Per quanti anni gli esperti in camice bianco hanno somministrato ormoni di sintesi a iosa per qualsiasi problema: dalla dismenorrea (ciclo mestruale doloroso), ai brufoli in faccia?
Quante di queste centinaia di migliaia (per non dire milioni) di donne, grazie all’esubero di ormoni in circolo, hanno poi sviluppato una qualche forma tumorale al seno o alle ovaie? O magari un infarto? Nessuno lo può dire con certezza, ma resta il fatto che l’incidenza nelle donne è allarmante: in Italia ogni anno oltre 117.000 donne si ammalano di tumore![4] Gli uomini non sono da meno: oltre 135.000 nuovi casi all’anno.[5]
Cambiando discorso, pochi giorni fa lo Stato della Nigeria ha accusato la multinazionale statunitense Pfizer, numero uno al mondo per fatturato. L’accusa è pesantissima,
E questo è solo quello che veniamo a sapere, perché uno Stato ha fatto denuncia! Quanti esperimenti hanno eseguito le Sorelle del farmaco sulle popolazioni inermi e bisognose del Terzo e Quarto Mondo? Quante malattie sono state create di sana pianta grazie a campagne di PR (Pubbliche Relazioni) per poi ‘curarle’ con l’appropriato rimedio?
Purtroppo per noi
Cosa apprendere da tutto questo?
Siamo nella mani di medici incompetenti (non tutti per fortuna) che non si aggiornano a dovere e considerano l’essere umano come una macchina (visione meccanicistica cartesiana) e non nella sua interezza e globalità (corpo-anima-spirito).
Questi dottori, molti dei quali non conoscono neppure la lingua inglese (la maggior parte delle riviste è in lingua), non sono liberi di agire in Scienza e Coscienza e secondo il Giuramento di Ippocrate, ma dipendono dalle lobbies del farmaco. Quei pochi Medici che invece hanno il coraggio di uscire dal coro, adottando, per il bene dei pazienti, strade terapeutiche ‘diverse’ da quelle ortodosse viene discreditato mediaticamente, indagato dall’Ordine professionale e pure dalla magistratura (vedi caso del Dottor Paolo Rossaro di Padova).
Bloccando le mani ai medici, impediscono a noi la possibilità di poter scegliere una strada terapeutica piuttosto che un’altra.
Vogliamo ancora parlare di libertà di scelta terapeutica? Oggi in Italia non c’è questa libertà.
Ammalare le persone e mantenere ammalate, abituarle culturalmente alla pillola pronta per l’uso, educarle che per un qualsiasi problema c’è un rimedio chimico a disposizione, è certamente una strategia economica che apporta enormi ricchezze nelle casse delle banche della City di Londra e/o Wall Street (i veri Burattinai). Dall'altra parte però c'è il controllo: una persona perennemente ammalata NON può essere libera, e infatti lo scopo finale è quello di bloccare le coscienze!
Sta a noi dire di no a questo Sistema, e per fare ciò, è necessario una consapevolezza che parte dalla conoscenza (vera informazione) per poi diventare coscienza.
Il secondo passaggio è quello di prendere in mano la nostra vita, in tutto e per tutto, senza delegare la salute a chicchessia.
L’informazione corretta prima di tutto! Una informazione corretta può salvarci la vita, mentre un’informazione deviata o incompleta può metterla a rischio.
Quante persone per esempio in libertà e coscienza farebbero la chemioterapia se venissero a sapere che la sopravvivenza a 5 anni dal trattamento chimico devastante è poco più del 2%?
Non lo dico io, ma uno studio medico multicentrico (Usa e Australia), pubblicato sulla rivista prestigiosa del settore “A Clinical Oncology” e rintracciabile nel sito governativo www.pubmed.gov. Un ricerca enorme che ha coinvolto 225.000 persone seguite per 14 anni sui 22 casi più diffusi di tumori.
Questa è l’informazione a cui mi riferivo.
[1] Comunicato stampa EMEA, Agenzia del farmaco http://www.agenziafarmaco.it/aifa/servlet/wscs_render_attachment_by_id/
111.45394.1179935838867.pdf?id=111.45400.1179935839049
[2] “Medicine che uccidono”, Maurizio Blondet http://www.disinformazione.it/medicinecheuccidono.htm
[3] EMEA, Agenzia del Farmaco http://www.agenziafarmaco.it/aifa/servlet/wscs_render_attachment_by_id/
111.38206.1179840629052.pdf?id=111.38213.1179840630068
[4] “I tumori in Italia”, www.tumori.net.it
[5] Idem
25 maggio 2007 - I genitori vegan ammazzano i loro figli? Accusa infamante, venga data la smentita in modo corretto. Ogni anno in Italia muoiono 2350 bambini non vegan: i genitori onnivori ammazzano dunque i loro figli?
In merito a quanto riportato da diversi media in Italia - che hanno semplicemente ripreso in modo acritico quanto pubblicato in alcuni giornali stranieri - sul fatto che i genitori vegan siano cosi' irresponsabili da ammazzare i loro figli tramite un'alimentazione sbagliata, Societa' Scientifica di Nutrizione Vegetariana - un'associazione di professionisti della salute che si prefigge di fornire informazioni scientifiche corrette sulla nutrizione a base di cibi vegetali - chiede che vengano riportate anche le risposte di eminenti nutrizionisti di tutto il mondo sul tema, e che questa accusa infamante e infondata, che nessuno puo' permettersi di fare, venga ritirata.
I giornalisti che volessero informarsi in modo serio, e non fare solo il "lavoro" dei giornali di pettegolezzi, possono trovare sul sito del famoso nutrizionista dott. Mc Dougall, il medico che ha seguito Carl Lewis nella sua transizione a una alimentazione vegan - che ha consentito all'atleta di ottenere una migliore salute e performance ancora piu' strabilianti -, la risposta punto per punto alle farneticanti accuse della signora Nina Planck, cosi' tanto sbandierati dai media: http://www.drmcdougall.com/misc/2007other/nytimes.html
In particolare, la risposta di 1500 parole inviata dal dott. Mc Dougall al New York Times, recita: "L'articolo di Nina Planck che condanna la dieta vegan contiene gravi errori in merito all'adeguatezza dei cibi vegetali. I vegetali contengono TUTTI gli aminoacidi essenziali in quantita' adeguata per i bisogni umani, e anche per i bisogni dei bambini (vedi Millward). La vitamina D NON si trova nel latte o nella carne, a meno che non venga aggiunta come integratore. La fonte d questa vitamina e' la luce solare. I vegetali contengono beta-carotene, il precursore della vitaminia A. La fonte originaria di tutti i minerali (compreso calcio e zinco) e' il terreno. I vegetali abbondano in minerali e funzionano come tramite dal terreno agli animali. La verita' scientifica e' che le proteine, gli aminoacidi essenziali, i minerali e le vitamine (eccetto la B12, che e' sintetizzata dai batteri, non dagli animali) si trovano nei vegetali, e non si possono avere carenze da un'alimentazione basata sui vegetali integrali, quando si mangi abbastanza da ottenere la quantita' di calorie necessaria. La distorsione operata dalla signora Planck sulla scienza della nutrizione e' un fatto grave cui deve essere posto rimedio." (Rif: Millward DJ. The nutritional value of plant-based diets in relation to human amino acid and protein requirements. Proc Nutr Soc. 1999 May;58(2):249-60.)
La polemica prende le mosse dalla triste vicenda del bambino di 6 settimane morto ad Atltante, ma questo non ha nulla a che vedere con l'alimentazione vegan. Afferma infatti la dottoressa Luciana Baroni, presidente di SSNV: "Il neonato aveva solo 6 settimane, e a questa eta' i bambini possono nutrirsi solo di latte materno o, in mancanza di questo, di formule apposite per l'infanzia (anche a base vegetale). Qualsiasi altro prodotto non e' adatto, quindi, se i genitori non fossero stati vegani e avessero nutrito il bambino con latte vaccino o anche con omogeneizzato di carne, gli effetti sarebbero stati allo stesso modo devastanti. Non ha quindi importanza che i genitori fossero vegani o meno, lo stesso problema di inadeguatezza si sarebbe presentato anche con cibi a base animale, perche' a quell'eta' ogni cibo che non sia latte materno o una formula per l'infanzia e' assolutamente inadeguato.".
Si ricorda che la Posizione Ufficiale sulle diete Vegetariane dell'American Dietetic Association e dei Dietitians of Canada, aggiornata al 2003, afferma che "Le diete vegane ben bilanciate ed altri tipi di diete vegetariane risultano appropriate per tutti gli stadi del ciclo vitale, ivi inclusi gravidanza, allattamento, prima e seconda infanzia ed adolescenza." Tale documento e' basato su oltre 250 articoli della letteratura scientifica internazionale degli ultimi anni, e non su conoscenze approssimative vecchie di decenni o basate sul "buon senso comune".
Si fa inoltre notare che dei "3 bambini vegan morti in 4 anni" citati nel servizio, il bambino di Atlanta sopra citato non rientra nel conteggio perche' non era svezzato; ammesso e non concesso che veramente siano morti 2 bambini vegan in 4 anni negli USA, questo dato va confrontato con i bambini sotto l'anno di eta' morti in totale in questi 4 anni. Facendo una stima, e sapendo che ogni anno in Italia muoiono 2350 bambini sotto l'anno di eta' (4,7 su 1000), in 4 anni muiono 9400 bambini (quasi tutti non vegan). Negli USA la mortalita' infantile e' piu' alta, e ovviamente il numero di nascite e' enormemente piu' alto, quindi si parla di decine di migliaia di bambini morti, di cui 2 vegan. Secondo quale logica questo puo' dimostrare che i bambini vegan sono in pericolo?
Si richiede dunque ai media di pubblicare al piu' presto una rettifica che rimedi in parte alla disinformazione fatta in questi giorni. "Invitiamo chiunque volesse approfondire l'argomento della nutrizione a base vegetale a partire fin dallo svezzamento, a consultare il nostro sito, www.scienzavegetariana.it, ricco di articoli di approfondimento sulla questione" conclude la dottoressa Luciana Baroni.
Comunicazione a cura di Societa' Scientifica di Nutrizione Vegetariana
www.scienzavegetariana.it - info@scienzavegetariana.it
23/05/2007 - Chissa' chi avra' suggerito alla redazione del TG1 di inventarsi e pubblicizzare la bufala dei "vegan-che-ammazzano-i-propri-figli"... Un servizio degno delle rivistucole di pettegolezzi, ma come puo' un TG nazionale cadere cosi' in basso?
Forse i giornalisti del TG1 dovrebbero avere un po' di amor proprio e rifiutarsi di realizzare servizi con dati fasulli e denigratori... In un servizio lungo un minuto sono stati capaci di affermare cosi' tante falsita' e cosi' tante assurdita' che vien da chiedersi se volevano battere il record della bassezza umana... secondo loro l'alimentazione vegan, cioe' 100% vegetale, e' pericolosa perche' carente di vitamina B12, A, D, che si trovano solo in alimenti animali. Sbagliato, perche' la vitamina B12 e' di sintesi batterica e si trova comodamente in commercio appunto quella prodotta dai batteri, la vitamina A si trova in frutta e verdura, la D si sintetizza dall'esposizione alla luce solare.
Dicono poi che - udite, udite - in 4 anni sono morti negli USA 3 bambini vegan. Sbagliato pure questo, perche', in primo luogo, l'ultima di queste morti, quella di un bambino ad Atlanta, non rientra in questa "catalogazione": i genitori erano si' vegan, ma il bambino aveva 6 settimane, quindi non era ancora svezzato, e a quell'eta' non ha senso la definizione di vegan, perche' il bambino deve mangiare o latte materno o le formule per l'infanzia, qualsiasi altre cosa, dall'omogeneizzato di carne, al latte di soia, al latte di mucca, non e' adatto. D'altra parte, lo stesso afferma il procuratore Chuck Boring, che si e' occupato del caso del bambino di Atlanta: "Non ha alcuna importanza il fatto che fossero vegetariani. Il bambino è morto perché non lo nutrivano. La dieta vegetariana invece è una buona scelta. Questi genitori hanno mentito sul fatto che il bambino fosse quotidianamente nutrito".
Quindi rimangono 2 bambini vegan morti in 4 anni negli USA - da verificare se e' vero o se anche questa e' un'invenzione. Andiamo allora a vedere quanti bambini non vegan sono morti in 4 anni negli USA. Facciamo una stima: ogni anno in Italia muoiono 2350 bambini sotto l'anno di eta' (4,7 su 1000). Quindi in 4 anni sarebbero 9400. Negli USA la mortalita' infantile e' piu' alta, e ovviamente il numero di nascite e' enormemente piu' alto: 2 bambini vegan su decine di migliaia (forse centinaia di migliaia) in totale, significa che l'alimentazione vegan ammazza i bambini?! Che razza di ragionamento bacato e' questo? Allora a maggior ragione dovremmo considerare infinitamente piu' pericolosa l'alimentazione onnivora nei bambini, visto che i morti sono molti di piu'...
Ma quando si vuole attaccare per partito preso un certo gruppo di persone, la logica, la razionalita', il buon senso, vanno messi da parte. Ma non vi vergognate, signori giornalisti, signori "professionisti dell'informazione"? State proprio raschiando il fondo del barile: non si riesce piu' ad attaccare l'alimentazione vegetariana, allora si attacca quella vegan, ma anche quella e' difficilmente attaccabile, allora si sfrutta l'immagine dei "bambini morti". Disgustoso.
E' chi invece propina ai propri figli carne, latticini, uova, a ogni pasto, colazione, merenda, pranzo, cena, che sta attentando alla loro vita, e che andrebbe severamente condannato: l'obesita' infantile aumenta a dismisura, il diabete si sviluppa in eta' sempre piu' giovanile, i giovani hanno gia' le arterie intasate a 20 anni, e l'impatto delle malattie degenerative come cancro e malattie cardiovascolari e' sempre piu' devastante e colpisce persone sempre piu' giovani.
Cari telespettatori che dopo aver visto il servizio in TV vi rallegrate di non essere vegan, non vedete che vi fate prendere in giro dai produttori di carne, latte, uova, che vi lasciate convincere a rimpinzarvi - e, molto piu' grave, a rimpinzare i vostri figli - di "alimenti" che vi porteranno a gravi malattie e morte? Iniziate a informarvi un poco, e a mangiare cose piu' buone, dal sapore piu' pulito, che non ammazzano voi, i vostri figli, gli animali e l'ambiente. Smettete di farvi prendere in giro da questa gente.
ROMA, 22 maggio 2007 - E' la frutta la regina dei fitofarmaci, più "inquinata" rispetto alle verdure. Solo la metà dei campioni di frutta (54%) è infatti esente da residui di pesticidi, mentre i campioni decisamente irregolari si attestano sull'1,7%. Questi i risultati contenuti nel rapporto "Pesticidi nel piatto 2007" di Legambiente, dossier sulla presenza di residui chimici sull'ortofrutta realizzato sulla base dei dati forniti dai laboratori pubblici provinciali e regionali relativi alle analisi condotte nel corso del 2006, presentato a Roma.
"Eclatante - afferma Legambiente nel rapporto - è il caso delle mele, frutto associato tradizionalmente alla salute, di cui solo il 39% è esente da pesticidi; il 30% dei campioni analizzati presenta più di un principio attivo e addirittura il 3,6% risulta irregolare". Su 253 campioni di uva analizzati poi, 3 risultano irregolari (1,2%), 80 regolari senza residuo (31,6%), 53 regolari con un residuo (21%) e ben 117 (pari al 46,2%) contaminati da più di un residuo. Anche il 20% dei prodotti derivati risulta contaminato da uno o più principi attivi: "Un dato particolarmente significativo - spiega Legambiente - se si pensa che tra questi compaiono proprio quei prodotti tipici del made in Italy (come l'olio e il vino) e alcuni tra gli alimenti preferiti dai bambini come succhi di frutta e omogeneizzati". Oltre l'84% delle verdure analizzate risulta, invece, regolare e privo di residui chimici, il 15% presenta uno o più residui e l'1% è proprio irregolare.
ANSA
La scoperta di riso Ogm illegale in prodotti di provenienza cinese venduti in Italia evidenzia un grave problema di contaminazione dai contorni incerti: è solo la punta dell'iceberg, perchè potrebbero essere contaminati anche altri prodotti a base di riso, dagli alimenti per bambini allo yogurt.
Questa varietà di riso Ogm è stata modificata per resistere agli insetti e contiene una proteina - la Cry1Ac - che è un potenziale allergene. Le analisi effettuate hanno già dimostrato degli effetti negativi sui topi. Un gruppo di scienziati indipendenti ha di recente rilasciato una dichiarazione ufficiale, confermando le preoccupazioni di Greenpeace sui rischi per la salute. E non è mai stata concessa un'autorizzazione alla coltivazione commerciale di questo riso proprio a causa dei crescenti timori sulla sicurezza.
Alcuni mesi fa – nel settembre del 2006 – Greenpeace aveva scovato questo riso in prodotti cinesi venduti in Francia, Germania e Gran Bretagna, ma la contaminazione è partita da lontano. È partita dai campi sperimentali in Cina: secondo un'indagine di Greenpeace condotta nel 2005, alcuni istituti di ricerca e alcune aziende sementiere cinesi hanno difatti venduto illegalmente semi di riso Ogm illegali agli agricoltori.
L'industria degli OGM non è in grado di tenere sotto controllo la diffusione degli organismi geneticamente modificati. I casi di contaminazione sono tanti. Alcuni mesi fa, ad esempio, c'era stato lo scandalo del Liberty Link 602, una varietà sperimentale e illegale di riso Ogm prodotto dalla Bayer, che era in vendita - senza autorizzazione - nei supermercati europei.
I governi europei devono individuare e ritirare dal mercato i prodotti contenenti riso illegale, verificando non solo il riso di provenienza cinese, ma anche le importazioni da Paesi come gli Stati Uniti, dove persiste un forte rischio di contaminazione. I consumatori vanno tutelati: servono controlli, ritiri immediati e un sistema di monitoraggio per i Paesi ad alto rischio di contaminazione.
"L’evoluzione ha messo a punto differenti modi per costruire un fegato a partire dagli stessi mattoni elementari”, ha spiegato Ernest Fraenkel, che ha guidato lo studio. "Dal confronto di questi diversi modi di regolazione genica è possibile ricavare preziose informazioni su alcuni dei segreti meglio custoditi della natura."
Il lavoro, pubblicato sulla versione online della rivista “Nature Genetics”, potrebbe infatti aiutare a identificare i complicati schemi di funzionamento dei sistemi di controllo dell’espressione genica. Sono stati analizzati infatti 4000 geni di cellule di fegato umano con gli omologhi di cellule di fegato di topo.
Data la somiglianza tra le sequenze di DNA delle due specie i ricercatori si aspettavano che i fattori di trascrizione si legassero agli stessi siti nella maggior parte delle coppie di geni omologhi. Con loro grande sorpresa, si è trovato che la maggior parte dei siti di legame - in una percentuale compresa tra il 41 e l’89 per cento, in dipendenza dal tipo di fattore di trascrizione – è in differenti loci nell’uomo e nell'animale.
(fc)
21 Maggio 07 - Dieci anni fa nasceva in un laboratorio scozzese la pecora più famosa della storia: Dolly, fotocopia di un’altra pecora. Ian Wilmut e Keith Campbell del Roslin Institute erano riusciti per la prima volta a clonare un mammifero, grazie a una tecnica chiamata “trasferimento cellulare nucleare”. Una notizia di portata storica (Cronaca di un clone annunciato) che apriva un capitolo nuovo, straordinario e per molti aspetti inquietante, della scienza. Da allora, altre 16 specie di mammifero sono state clonate, tra cui il topo, il gatto, il cavallo, l’asino, il toro, il lupo, il maiale, il muflone e il cane, tutti regolarmente annunciati dalle principali riviste scientifiche e poi rimbalzati sui media (Ecco ombretta, il muflone clonato, Topi in serie, E il mulo raddoppia, 86 al quadrato: toro clonato).
Ma la clonazione non è stata la rivoluzione del secolo. Le promesse di replicare animali o specie vegetali per salvarli dall’estinzione, aumentare la produzione in agricoltura, fino ad arrivare curare mali inguaribili dell’essere umano attraverso la cosiddetta “clonazione terapeutica” per ora sono rimaste inattese. I fallimenti, come l’impresa impossibile di clonare i macachi (Clonazione impossibile) hanno di gran lunga superato i successi scientifici, finendo per smorzare entusiasmi e paure. Come scrive questa settimana su Science Jose Cibelli, biologo del Cellular Reprogramming Laboratory del Departments of Animal Sciences and Physiology presso la Michigan State University “in dieci anni laboratori di tutto il mondo si sono lanciati nell’impresa di identificare i meccanismi responsabili del fenomeno. Centinaia di manoscritti peer-reviewed dopo, molte questioni restano senza risposta e non siamo ancora capaci di aumentare il successo delle tecniche di clonazione. Per tutte le specie clonate con il metodo del trasferimento nucleare, meno del dieci per cento degli embrioni trasferiti nell’utero produce un clone sano”.
I problemi di far nascere un essere vivente prelevando il nucleo di una cellula somatica adulta e trasferendolo in ovocita enucleato erano emersi sin dall’inizio. Dolly non ha avuto vita lunga (E’ morta Dolly), soffriva di artrite ed è stata uccisa da una patologia progressiva dei polmoni. Non è stato uno caso isolato. Un decennio di animali clonati ha insegnato che, oltre all’altissima percentuale di fallimento delle tecniche nel trasferimento in utero, molti cloni di animali nascono con problemi di salute, anche se nell’aspetto sono assolutamente perfetti. Il fatto è che la comprensione della riprogrammazione cellulare è ancora lontana e le tecniche per mettere in atto un processo “chiaramente non naturale”, dice Cibelli, non hanno fatto praticamente passi in avanti. Non che progressi non ce ne siano stati: “Oggi sappiamo che il nucleo di una cellula altamente indifferenziata può essere riprogrammato”. Di più, è possibile persino che le cellule del clone siano più giovani dell’individuo da cui provengono (I sei vitelli supergiovani). “Inizialmente pensavamo che gli animali clonati da un adulto avrebbero mostrato l’età biologica del donatore del nucleo”, spiega Cibelli: “Questo nasceva in parte dall’analisi della lunghezza dei telomeri (le estremità dei cromosomi) di Dolly, più corti della pecora da cui era stata clonata. Ogni volta che una cellula adulta si divide, i telomeri si accorciano. Pertanto, la minor lunghezza è associata all’invecchiamento e alle malattie legate all’età. Ma in realtà studi successivi hanno mostrato che in certi animali clonati, la lunghezza dei telomeri non solo era stata ripristinata, ma era anche superiore al donatore”.
Oggi lo scoglio fondamentale da superare per uscire dall’empasse è rispondere a una domanda: “Qual è il gene o i geni la cui espressione nella cellula uovo è cruciale per la riprogrammazione del nucleo somatico?”. Cibelli nella sua analisi è ottimista: “Diversi geni candidati potrebbero essere buoni target per la perdita o il guadagno di funzioni vitali. Di più, la conservazione del fulcro della riprogrammazione cellulare sembra essere un meccanismo robusto e questo potrebbe facilitare studi comparativi genomici e proteomici tra le specie”. L’obiettivo del prossimo decennio almeno è chiaro: decifrare le chiavi genetiche della clonazione, la sola via per generare linee cellulari umane che potranno essere in futuro utilizzate nelle terapie, perché si possa ragionevolmente parlare di clonazione terapeutica.
Dopo aver ritirato il bando che impediva l'uso di embrioni ibridi, oggi il ministro della salute britannico, Caroline Flint, ha ceduto alle pressioni della lobby scientifica dando, di fatto, il via libera agli “embrioni chimerici”: gli scienziati potranno creare in laboratorio embrioni composti per il 99,9% da materiale umano e per la restante parte da materiale proveniente da cellule animali, allo scopo di cercare nuove cure per malattie quali l'Alzheimer e il Parkinson. Ma dovranno ricevere una licenza specifica per procedere nelle ricerche ed attenersi a severe restrizioni, la principale delle quali è che l'embrione ibrido creato in laboratorio non potrà sopravvivere per più di 2 settimane, poi sarà distrutto. In ogni caso, non potrà essere impiantato in un essere umano.

Il tipo di incrocio consentito, poi, deve corrispondere a uno dei tre profili definiti dal ministero della salute: nel primo tipo vengono iniettate cellule animali nell'embrione umano (questa combinazione è quella propriamente conosciuta come “embrione-chimera”; nel secondo, si inietta DNA animale nell'embrione (chiamato a questo punto “transgenico”); nel terzo, si parla di “citoplasma ibrido”, ovvero il trasferimento di cellule umane nell'uovo fecondato animale, dal quale quasi tutto il materiale genetico è stato sottratto. Non sarà in nessun caso consentito il vero ibrido, vale a dire quello in cui l'ovulo umano è fecondato da sperma animale, o viceversa.
“Sono contento di sapere che il buon senso ha prevalso”, ha dichiarato il professore John Burn, direttore dell'istituto di Genetica Umana all'Università di Newcastle, dove queste ricerche sono finalizzate a terapie per il trattamento del diabete e della paralisi spinale. Nel laboratorio di cellule staminali del King's College di Londra, invece, gli embrioni ibridi saranno usati nelle ricerche sull'Alzheimer e sul Parkinson. Lo scorso dicembre, il governo aveva bloccato questo tipo di studi, in seguito alle obiezioni provenienti dal mondo delle associazioni “pro-life”, che si battono contro ogni ricerca sugli embrioni.
Lo scorso marzo, per la prima volta al mondo, è stata creata in laboratorio una pecora con il 15% di cellule umane. La chimera è nata nell'università del Nevada, ad opera dei ricercatori guidati da Esmail Zanjani, che ne ha dato notizia con un'intervista al quotidiano inglese The Mail on Sunday.

L'obiettivo di questo tipo di esperimenti è creare animali con organi umani da poter utilizzare nei trapianti. La tecnica utilizzata prevede l'iniezione di cellule staminali prelevate dal midollo di un donatore umano nel peritoneo di un feto di pecora. Il povero agnello che ne risulta ha una percentuale di tessuti di tipo umano, che, nelle intenzioni dei suoi creatori, potranno essere trapiantati in esseri umani senza provocare rigetto.
Già nel 2003, Zanjani aveva annunciato di essere riuscito a creare una pecora il cui fegato aveva il 7% di materiale umano. Nel frattempo, sono cresciuti i dubbi sia di tipo etico che scientifico. Secondo alcuni scienziati, un trapianto di organi ottenuti in questo modo potrebbe trasmettere all'uomo alcuni virus che negli animali sono “dormienti” o poco pericolosi. Secondo Giuseppe Novelli, direttore del Laboratorio di Genetica Medica dell'università Tor Vergata di Roma, il traguardo di ottenere organi trapiantabili negli uomini è ancora molto lontano (una chimera, ndr). “Nei topi - dice Novelli - si è arrivati al massimo ad una percentuale di cellule umane del 2%, perchè l'organismo ospite tende a rifiutare buona parte delle cellule iniettate. In realtà, non si sa ancora molto del meccanismo con cui si differenziano le staminali, né quali siano gli organi in cui sono maggiormente efficaci”. Per avere organi trapiantabili nell'uomo bisognerà aspettare, secondo il genetista, ancora diversi anni: “Il fatto di avere organi con una percentuale di cellule umane dovrebbe ridurre il rischio di rigetto, ma non bisogna dimenticare che si tratterebbe pur sempre di trapianti da animali. Il rischio di trasportare nell'uomo virus ancora sconosciuti è grande, e bisogna valutarlo con attenzione”.
“Occorre impedire l'arrivo sulle tavole di piante o animali con geni umani come il riso autorizzato da parte del dipartimento all'agricoltura degli Stati Uniti e la pecora creata per la prima volta nell'Università del Nevada”. È quanto ha affermato la Coldiretti nel commentare la notizia pubblicata dal quotidiano inglese. Si tratta di un annuncio che segue da vicino quello del via libera delle autorità americane alla produzione sperimentale del primo esemplare di pianta di riso contenente geni provenienti dall'uomo, realizzato dalla compagnia biotecnologica californiana Ventria. L'obiettivo sarebbe quello di combattere la diarrea infantile, ma dal mondo scientifico emergono forti preoccupazioni per i rischi di contaminazione delle produzioni tradizionali e per il possibile insorgere di reazioni allergiche nelle persone sensibili a certi tipi di proteine.
Di fronte a queste sperimentazioni - afferma la Coldiretti - servono misure strutturali per impedire che questi prodotti o loro derivati finiscano sulle tavole dei consumatori inconsapevoli. La trasparenza deve essere garantita con l'obbligo di indicare la provenienza in etichetta per favorire i controlli, consentire ai consumatori di fare scelte di acquisto consapevoli, soprattutto dopo che negli USA si stanno preparando a utilizzare prodotti provenienti da animali clonati come carne, latte e formaggi, che non dovranno essere distinti dagli altri con etichette particolari e potrebbero quindi varcare le frontiere senza alcuna informazione. I consumatori italiani ed europei - precisa la Coldiretti - non sembrano interessati ai “parenti” più o meno stretti della pecora Dolly, alcuni dei quali sono stati ottenuti anche in Italia, come il toro Galileo, la cavalla Prometea e anche un muflone selvatico. Per evitare che dopo il via libera statunitense arrivino, senza saperlo, sulle tavole dei cittadini europei, prodotti derivanti da animali clonati o da chimere importati dagli Stati Uniti, occorre introdurre immediatamente - continua la Coldiretti - l'obbligo di indicare in etichetta la provenienza di tutti gli alimenti come è già stato fatto per la carne bovina e per quella di pollo, ma non ancora per quella di maiale o per i formaggi.
Data articolo: maggio 2007