venerdì, 29 febbraio 2008

Perché le medicine non convenzionali non vengono valorizzate?

La salute è un affare, un mercato con cifre colossali. Questo è il primo problema.
Un malato, o un supposto malato è una fonte di reddito quasi inesauribile. Più una/o di noi è malata/o e più procura guadagni.
Il sistema economico in cui operiamo ha come riferimento il PIL, il prodotto interno lordo, la somma di tutte le entrate di tutte le attività economiche.
Quando avviene un incidente il PIL aumenta. Quando avviene un disastro il PIL aumenta molto.
In particolare un malato fa quasi sicuramente aumentare il PIL, una persona sana può far diminuire il PIL.
Un esame (la cosiddetta medicina preventiva) fa aumentare il PIL, un abbonamento in palestra fa aumentare il PIL, una passeggiata in un bosco vicino a casa non fa aumentare il PIL, coltivarsi l'insalata nell'orto vicino a casa senza concimi chimici fa diminuire il PIL.
Ciò che fa aumentare le ricchezze delle aziende fa aumentare il PIL, ciò che fa migliorare la salute e il benessere delle persone spesso fa diminuire il PIL.
Meno PIL, meno tasse, meno tasse meno soldi in mano allo Stato, meno soldi in mano allo Stato, meno soldi in mano a chi amministra i soldi dello Stato.

Le medicine non convenzionali hanno un grandissimo difetto: spesso funzionano, ma soprattutto quasi sempre non fanno gravi danni.

In USA (ma vale per il resto del mondo, occidentale e non solo) hanno stabilito che gli interventi sanitari (farmaci, operazioni chirurgiche, ecc.) sono la principale causa di morte. Più del cancro.
Se sono la principale causa di morte, c'è da aspettarsi che siano anche la principale causa di malattia. E la principale causa di guadagni per il sistema industriale sanitario.

Per chi guadagna sulla malattia, le pratiche che aiutano le persone a rimanere sane o a guarire sono la peggior concorrenza che si possa immaginare.
L'industria della malattia, come ogni industria, ha bisogno di sempre più clienti che spendano sempre di più. E quindi deve convincerci che siamo malati, senza possibilità di guarigione e che abbiamo continuamente bisogno di interventi sanitari per star meglio.
L'industria della malattia combatte con tutti i mezzi, leciti e illeciti, come ogni attività economica, chi tenta di guarire e chi propone stili di vita che aiutano a vivere in salute.
Il cancro è la più grande fonte di guadagno. E allora chi suggerisce la possibilità di curarlo viene perseguitato con grande energia.

I bambini sono naturalmente sani e pieni di energia. E allora bombardiamoli di onde di vario tipo (ecografie) nella gravidanza. Facciamoli nascere in ambienti rumorosi e con luci accecanti per attaccare fin dal primo momento il loro sistema nervoso. Introduciamo nel loro organismo ancora in crescita e così delicato ogni sorta di veleno chimico tramite vaccini, antibiotici e altri farmaci chimici.

Se qualcuna/o ottiene dei risultati nella cura di qualche malattia "Incurabile" va subito accusato di essere un impostore, che vende illusioni ai malati "incurabili". E come potrebbe essere diverso?
Il malato è una gallina dalle uova d'oro e chi pretende di guarirlo deve essere eliminato in gran fretta.

Per questo le medicine non convenzionali devono prima di tutto essere inglobate e snaturate, ossia devono diventare costose e inefficaci: solo quando avranno perso la capacità di prevenire e guarire le malattie potranno essere accettate all'interno di questo sistema sanitario.

Ovviamente esistono le eccezioni, come può avvenire che ci siano persone oneste che lavorano in banca o in politica o nei grandi giornali o nelle principali reti TV, ma  prima o dopo verranno eliminate o se ne andranno di loro iniziativa.

Prodi o Berlusconi non fa differenza: i partiti politici hanno caratteristiche affini alle organizzazioni a delinquere: nascono e si sviluppano per far ottenere vantaggi a chi li finanzia, assicurando privilegi e immunità a chi ne fa parte.
Quando qualche politico viene accusato infatti, la discussione non viene indirizzata a denunciarne le malefatte, ma piuttosto si discute di come impedire che possa succedere un'altra volta che le malefatte siano scoperte. Chi denuncia i crimini diventa l'accusato, il vero colpevole. E i mezzi utilizzati per scoprire il crimine sono messi sotto accusa.
Come ci si può quindi aspettare che chi ci governa, essendo corrotto per definizione, operi a favore della salute dei cittadini?
Ci si può aspettare che un mafioso si comporti in maniera onesta e altruista?

Nel campo della salute la lobby dei medici e dell'industria sanitaria detiene tutti i posti di potere e orienta tutte le scelte economiche e culturali verso un sistema che sostanzialmente favorisce lo sviluppo di ogni tipo di patologia ai danni della salute, per i motivi che ho indicato fin dall'inizio.
Le cure utilizzate prevalentemente sono cure chimiche capaci di far ammalare chi è sano. Gli ospedali sono luoghi dove chi è sano si ammalerebbe facilmente. E così via.

In Italia si calcola che oltre 10 milioni di persone utilizzano abitualmente medicine non convenzionali: sono come le coppie di fatto. Lo Stato ci sopporta malvolentieri, e agisce metodicamente per renderci la vita difficile e impedirci di agire liberamente. Governo dopo Governo le leggi rendono illegale usare erbe, integratori alimentari, e ogni terapia "dolce" e non invasiva.
Mentre chi quotidianamente avvelena i pazienti, ne amplia le sofferenze e ne accelera la morte viene ossequiato e premiato per i suoi nefasti risultati.

La decisione di utilizzare una terapia non convenzionale per il momento è solo una decisione personale.
Le assicurazioni difficilmente rimborsano i farmaci e le terapie non convenzionali.
Negli ospedali è molto raro potervi accedere.
La libertà di concorrenza in questo campo, come in tanti altri, non funziona.

Ogni giorno muoiono milioni di persone di cancro curato con la chemioterapia. Nessuno si sogna di denunciare i medici che usano la chemioterapia per "curare" chi ha il cancro.
Ma se un medico usa qualche altro metodo viene denunciato, imprigionato, cancellato dall'Ordine dei Medici, perseguitato in tutte le maniere possibili. Vedi il Dr. Hamer incarcerato per due anni all'età di settant'anni in Francia, senza nessuna accusa valida.

Giorgio G. Rosso
tratto da una risposta ad una giornalista di Repubblica Salute
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categorie: salute

CERVELLO, SCOPERTA AREA DELLA MAMMA: ACCESA SE PIANGE BEBE'

ROMA, 28 febbraio 2008 - Altro che cuore di mamma, bisognerebbe parlare di 'cervello di mamma'. Uno studio dell'università di Tokyo per la prima volta ha visto quali sono le aree del cervello femminile implicate nell'affetto materno. In particolare, spiega l'articolo pubblicato dalla rivista Biological Psychiatry, un'area specifica molto piccola si attiva soltanto quando la mamma sente il pianto del proprio bambino, e non di altri.

I ricercatori hanno usato la risonanza magnetica funzionale (fMri) per esaminare le aree del cervello attivate mentre alcune mamme guardavano video dei propri figli o di bambini sconosciuti sia piangenti che allegri. "Abbiamo trovato che un numero limitato di aree del cervello é dedicato per l'amore materno - spiega Madoka Noriuchi - e anche l'area stimolata dalla necessità di proteggere il bambino é limitata al proprio figlio". Gli autori hanno anche verificato che il cervello della mamma risponde maggiormente al pianto che al riso: "Un dato che é giustificato - spiega il ricercatore - dalla necessità biologica di assicurare la sopravvivenza del bambino".

ANSA
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giovedì, 28 febbraio 2008

Scienza della Nutrizione Etica
Può esistere la scienza senza l'etica? Possono gli scienziati essere immuni dal coinvolgimento etico?
25 febbraio 2008 - Riccardo Trespidi (presidente del CMS di AVI)

Dal 4 al 6 marzo si terrà a Loma Linda, in California, il quinto congresso internazionale di nutrizione vegetariana.
A rappresentare il mondo scientifico vegetariano italiano ci saranno anche Riccardo Trespidi, presidente del Comitato Medico Scientifico di AVI e Leonardo Pinelli, Direttore del Servizio Autonomo di Diabetologia Pediatrica dell'Università degli Studi di Verona. Con una proposta.

Fame e Opulenza
Decine di migliaia di esseri umani poveri muoiono ogni giorno per fame e nello stesso momento decine di migliaia di umani ricchi muoiono per troppo cibo.

Cibo e ambiente
La terra non sopporta più lo sfruttamento intensivo al quale è sottoposta.

Diritti animali e etica nel piatto
Nasce la consapevolezza della sofferenza degli animali nonumani che mangiamo e il conseguente rifiuto di essere partecipi di tanta sofferenza

Salute e Nutrizione
Riduzione delle malattie e dell'obesità con una dieta vegetariana.

Cultura e Nutrizione
Come passare ad una dieta vegetariana senza dover trascorrere ore in cucina e senza stravolgere le proprie abitudini alimentari.

Può esistere la scienza senza l'etica? Possono gli scienziati essere immuni dal coinvolgimento etico?
Medici e nutrizionisti sono disposti a occuparsi di nutrizione dal solo punto di vista scientifico, rifiutando il coinvolgimento su temi quali l'inquinamento ambientale, la sofferenza degli altri animali, la fame, l'economia della nutrizione. Molti medici non vogliono interessarsi ai problemi del mondo, perché secondo loro esulano dai loro compiti, che riguardano esclusivamente la salute dei pazienti.
Ma come possono i pazienti stare bene in un mondo inquinato dalla fame, dalle guerre, dalle ingiustizie, dalla sofferenza umana e animale?

Da queste semplici evidenze nasce Science of Ethical Nutrition per promuovere un nuovo modello alimentare, che sappia andare oltre la salute dell'individuo.
Science of Ethical Nutrition propone un'alimentazione che rispetti l'ambiente, che rispetti gli altri animali, che favorisca lo sviluppo di un'economia basata sul risparmio di energia alimentare e di energia per produrre gli alimenti.

Compito principale dei medici di Scienza della nutrizione etica, sarà quello di ottenere il coinvolgimento dei colleghi e la loro approvazione, per dare a tutti la possibilità di portare ai pazienti un messaggio scientifico, etico, ecologico, culturale, che possa veramente migliorare la qualità e la quantità della vita non solo degli umani ma anche dell'ambiente che ci circonda e di chi lo condivide con noi.

www.vegetariani.it

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RU486, PRIMO VIA LIBERA DALL'AIFA

ROMA, 27 febbraio 2008 - La conclusione da parte dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) della prima fase della valutazione tecnico-scientifica relativa alla pillola abortiva RU486 "non comporta automaticamente la disponibilità del farmaco sul mercato". La precisazione è della stessa Agenzia. "Si è conclusa - precisa l'Aifa in una nota - una prima fase procedurale della valutazione tecnico-scientifica nell'ambito del mutuo riconoscimento della pillola RU-486; tale procedura è fissata nelle modalità dalla normativa europea, che definisce anche i tempi (90 giorni), entro cui la procedura si conclude per tutti i Paesi coinvolti nel Mutuo Riconoscimento, senza discrezionalità alcuna da parte delle Agenzie nazionali e quindi dell'Aifa".

La conclusione di tale fase, prosegue, "non comporta automaticamente la disponibilità del medicinale sul mercato". Inoltre, "come per tutti i casi di mutuo riconoscimento, dopo la prima fase, la procedura prevede che l'Azienda produttrice del medicinale, invii all'Aifa domanda di commercializzazione e di definizione del prezzo ai fini della rimborsabilità". Successivamente, si sottolinea nella nota, la Commissione tecnico scientifica (Cts) dell'Aifa, a conclusione della procedura di negoziazione del prezzo, indica la classificazione del farmaco e le procedure di utilizzo e di dispensazione in coerenza con la legge 194. L'atto finale di autorizzazione, conclude l'Agenzia italiana del farmaco, "deve essere adottato dal Consiglio di amministrazione dell'Aifa e solo a seguito di tale atto avviene la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale di autorizzazione alla commercializzazione".

ANSA
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lunedì, 25 febbraio 2008

sull'observer
Viagra, rischio infertilità?

La fa pensare una scoperta inglese pubblicata su Fertility and Sterility. L'esperto italiano: «Dati tutti da verificare»

LONDRA - Fare uso del Viagra potrebbe mettere a rischio la fertilità maschile. E’ quanto hanno scoperto alcuni ricercatori che mettono in guardia gli uomini decisi a prendere il farmaco anti-impotenza. Lo ha annunciato il sito online del domenicale britannico The Observer. Secondo le ultime ricerche del dottor David Glenn, ginecologo specialista alla ’Queen’s University Belfast’, pubblicate sulla rivista ’Fertility and Sterility’, il Viagra danneggerebbe lo sperma e impedirebbe anche agli uomini di mettere al mondo dei figli.

L'ESPERIMENTO - Il primo esperimento eseguito da Glenn è stato effettuato su alcuni volontari a cui sono stati prelevati campioni di sperma poi immersi in una soluzione a base di Viagra in piccole quantità. L’obiettivo era riprodurre un livello di Viagra equivalente a quello rinvenuto nel sangue di chi ha preso un pillola da cento miligrammi. Paragonando il comportamento dello sperma trattato con i campioni standard, i ricercatori hanno visto che il farmaco ha due effetti: lo sperma diventa più attivo, ma viene anche danneggiata la sua struttura che contiene gli enzimi utili a distruggere la membrana che circonda l’ovulo femminile e permette così allo sperma di fertilizzarlo.

DATO PREOCCUPANTE - «Il fatto che alcune cliniche private utilizzino il Viagra per incrementare la fertilità è un dato preoccupante» dichiara il dottor Glenn. «Le coppie che si rivolgono a queste cliniche della fertilità hanno già, per definizione, dei problemi nel procreare. Dare al partner maschile qualcosa che gli possa provocare ulteriori problemi non mi sembra la soluzione più adatta visto che con il Viagra la struttura dello sperma si modifica troppo presto per permette agli spermatozoi di arrivare nell’ovulo, che non viene quindi fertilizzato».

L'ESPERTO ITALIANO: «NESSUN ALLARME» - Invita però alla cautela il professor Vincenzo Gentile, presidente della Società Italiana di Andrologia e primario di Urologia al Policlinico Umberto I di Roma. «Innanzitutto va considerato che l'esperimento è stato condotto solo in laboratorio e quindi non è affatto scontato che lo stesso effetto ci sia effettivamente sull'uomo». «In secondo luogo» puntualizza l'esperto, «il dosaggio utilizzato nell'esperimento è elevatissimo, e nella realtà clinica viene adottato di solito solo in pazienti che hanno subito una asportazione totale della prostata, per i quali il problema della fertilità non si pone comunque più. E non è affatto provato che al dosaggio di 50 milligrammi, che è quello di solito utilizzato, gli effetti sugli spermatozoi siano gli stessi». «Infine» conclude il professor gentile, «altri studi hanno assolto sia il Viagra sia gli altri inibitori della fosfodiesterasi dal creare danni agli spermatozoi. Quindi direi che questi risultati vanno senz'altro registrati e approfonditi, ma, allo stato attuale dei fatti, non devono creare allarme».

l.r.
24 febbraio 2008

www.corriere.it

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categorie: notizie varie
sabato, 23 febbraio 2008

L'intervista: Il medico proposto dai radicali: dopo la Ru486, via all'eutanasia

Silvio Viale: «Conta la donna, normali gli aborti con feti sani»

«Ho fatto quasi sempre interventi per la salute psichica della gestante»

Silvio Viale, con un flacone di pillole abortive usate per la sperimentazione (Ansa)
ROMA - Silvio Viale, torinese, ginecologo. Lei è un forte sostenitore della pillola Ru486?
«È dal 2001 che ho cominciato a chiedere l'aborto medico in Italia. Finalmente ci siamo».
Ci siamo?
« Certo, l'autorizzazione per la Ru486 arriverà a breve. Ormai abbiamo superato tutti i passaggi internazionali, manca solo il mutuo- riconoscimento».
Eppure...
«Eppure c'è chi, come Giuliano Ferrara, ha detto che vuole impedirne l'introduzione?».
Già.
«Non ha capito niente».
Lei invece?
« Parlo con cognizione di causa ».

È stato indicato dai radicali come candidato per il Pd. Non sarà facile conciliare le sue idee con alcune anime del partito...
«Se allude a Paola Binetti, non mi spavento».
Come mai?
«Paola Binetti ha detto che non vuole mettere in discussione il principio di autodeterminazione della donna».
Ma ha detto anche che vuole arrivare all'aborto zero...
«Quello non ha senso. È come dire di voler abolire la miseria del mondo. O che non si vuole parlare con chi è brutto. Non credo si possa discutere partendo da qui».
Partiamo dall'aborto terapeutico allora?
«Lasciamo stare però le sparate mediatiche di Giuliano Ferrara sulla sindrome di Klinefelter».
Lui ha detto di soffrirne...
«Se è per questo ha detto anche di essere stato il partner di tre donne che ha accompagnato ad abortire. Non può avere la Klinefelter: sarebbe sterile, oltre che glabro, ritardato mentale, alto. Ma il punto non è questo».
E qual è, allora?
«Ferrara ha chiesto di togliere questa sindrome dalla lista delle patologie per l'aborto terapeutico. Ma non lo sa che non esiste nessuna lista?».
E come si stabiliscono gli aborti terapeutici?
«In Italia non si fa un aborto terapeutico perché il feto è malformato, ma in base alla salute psichica e fisica della donna. In vent'anni di interventi mi sarà capitato un paio di volte di fare un aborto terapeutico per la salute fisica di una donna».
Tutti gli altri?
«Per la salute psichica della donna. Che vuol dire anche far abortire feti sani».
Lei ha fatto aborti terapeutici di feti sani?
«Certo. Lo prevede la legge. Ripeto è un problema di salute psichica della donna».
In quali casi, ad esempio?
«Non so: vogliamo parlare di una quindicenne che scopre di essere incinta al quarto mese?».
Oppure?
«Una donna che alla quindicesima settimana mi chiede un aborto terapeutico ed è gravemente depressa?».
Ma come ci si regola in questi casi?
«Tocca al medico valutare il reale stato psichico della donna. È una responsabilità importante. La stessa Veronica Lario ha raccontato di aver fatto un aborto terapeutico negli anni Ottanta. Ed è stato importante, visto i tre bei figli che poi ha avuto».
Lei si rende conto che ci sono medici e medici nel nostro Paese?
«Certo, ma mi rendo conto anche che c'è molta ipocrisia».
Che vuol dire?
«Prendiamo il caso di feti malformati: davanti alla diagnosi la reazione delle donne è sempre la stessa, abbiano o no il crocifisso al collo. Eppure il 99% dei medici obiettori di coscienza si offre di fare una diagnosi prenatale. Dopo spediscono le donne ad abortire da me o da medici come me».
Lei è favorevole anche all'eutanasia?
«Assolutamente sì. E c'è di più».
Cosa?
«Sono convinto che pure per quella non resta che aspettare. Come successe per la Ru486. Io nel 2001 dissi: non ho fretta, arriverà. E ci siamo. Così succederà per l'eutanasia: arriverà».
I radicali l'hanno candidata per la corsa al Partito democratico: è ufficiale?
«Non ci sono veti sul mio nome ».

Alessandra Arachi
23 febbraio 2008

www.corriere.it

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categorie: bioetica

PROCREAZIONE, ORDINE MEDICI: SI' A DIAGNOSI PREIMPIANTO

23 febbraio 2008 - Sì alla diagnosi preimpianto da parte della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo). La posizione è espressa nel documento approvato oggi a Roma dal Consiglio nazionale della Federazione. Sui vincoli previsti dalle linee guida della legge 40 sulla fecondazione assistita la Fnomceo si era espressa in modo negativo anche in passato e oggi conferma la sua posizione nel documento, "anche alla luce di alcune autorevoli sentenze della Magistratura e sulla scorta di dati su consistenti fenomeni di 'mobilita' procreativà". La Fnomceo rileva inoltre che "le linee guida oggi vigenti intervengono nella relazione di cura definendo, indipendentemente dal contesto clinico, atti e procedure diagnostico-terapeutiche non fondate sulle migliori evidenze scientifiche disponibili, sulle quali non è consentito alla donna esercitare un diritto attuale all'autodeterminazione, né al medico quello di compiere il proprio dovere agendo secondo scienza, nel rispetto del principio ippocratico di perseguire il massimo bene delle pazienti". Il documento della Federazione degli ordini dei medici ribadisce quindi che "l'equilibrio tra i tanti valori in campo, tutti meritevoli di tutele, va ricercato in una relazione di cura forte perché fondata sulla fiducia reciproca, consapevole perché basata sull'informazione puntuale, responsabile perché orientata al pieno rispetto dei diritti e doveri dei contraenti".

ABORTO: ORDINE MEDICI, LEGGE 194 SOLIDA E MODERNA
La legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza "dimostra tutta la solidità e la modernità del suo impianto tecnico-scientifico, giuridico e morale", anche se vanno aumentati interventi educativi e iniziative sociali di supporto a gravidanza e maternità: questa la posizione espressa nel documento approvato oggi a Roma dal Consiglio nazionale della Federazione degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo). Nello stesso documento la Federazione esorta a perfezionare l'introduzione in Italia della Ru486 (mifepristone), la pillola abortiva, "nel pieno rispetto dei criteri e delle procedure previste dalla legge 194 così da consentire l'uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell'integrità psicofisica della donna e meno rischiose per l'interruzione di gravidanza". Pur con "ritardi ed omissioni applicative", secondo la Fnomceo la legge 194 ha contribuito "alla sostanziale scomparsa dell'aborto clandestino" e anche alla "drastica riduzione delle interruzioni volontarie di gravidanza". Il documento rileva inoltre che a distanza di 30 anni "la legge dimostra tutta la solidità e la modernità del suo impianto tecnico-scientifico, giuridico e morale". Parallelamente, prosegue il documento, bisogna aumentare i fondi per interventi educativi e di supporto alla maternità che comprendano iniziative educative rivolte alle donne extracomunitarie, oltre a perfezionare l'introduzione della pillola Ru486.

ORDINE MEDICI, NO A LIMITAZIONI PILLOLA GIORNO DOPO
No a "surrettizie limitazioni" all'uso della pillola del giorno dopo come contraccettivo d' emergenza: lo sostiene in un documento il Consiglio nazionale della Federazione degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), approvato oggi a Roma. In quanto contraccettivo di emergenza, si legge nel documento, la pillola del giorno dopo "non può incontrare surrettizie limitazioni che ostacolino la fruizione del diritto della donna che intenda prevenire una gravidanza indesiderata ed un probabile successivo ricorso all'aborto". Pur "riaffermando con forza" il diritto dei medici all'obiezione di coscienza, il documento della Federazione rileva che "non viene meno l' obbligo, anche deontologico, dei medici di adoperarsi al fine di tutelare l'accesso alla prescrizione nei tempi appropriati". E' inoltre opportuno, prosegue il documento, che il medico obiettore segnali alla direzione generale la propria volontà di utilizzare la clausola di coscienza per "consentire la corretta organizzazione del servizio".

ANSA
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categorie: bioetica

Carenza di vitamina B12 negli onnivori
22/02/2008

Il problema della carenza di vitamina B12 coinvolga sempre più la popolazione generale, non solo chi ha eliminato i cibi animali dalla propria dieta.

Fonte notizia

Nel numero dell'ottobre 2007 della rivista scientifica "Nutritional Review", è stato pubblicato un articolo intitolato "Se elevate assunzioni di acido folico peggiorano la carenza di vitamina B12, cosa si può fare?", il quale sottolinea come il problema della carenza di vitamina B12 coinvolga sempre più la popolazione generale, soprattutto anziana. La carenza di questa vitamina, erroneamente (o fraudolentemente) riferita come problema esclusivo di chi ha eliminato i cibi animali dalla propria dieta, è ormai incontrovertibilmente riconosciuta svilupparsi anche in molte persone carnivore che non riescono ad assorbire la vitamina legata al cibo. In queste persone, quindi, solo l'assunzione di integratori in forma cristallina può permettere l'assorbimento della vitamina e salvaguardare lo stato della B12 dell'organismo.

Le ultime Linee Guida americane riconoscono come gruppi a rischio di carenza tutte le persone oltre i 50 anni, indipendentemente dal tipo di dieta, e raccomandano a questo gruppo di popolazione la regolare assunzione di integratori. In USA è inoltre in atto un'estesa campagna di integrazione dei cibi con acido folico, ma questo articolo evidenzia come l'integrazione con acido folico possa addirittura essere dannosa nei soggetti in carenza di vitamina B12, e suggerisce come strategie di salute pubblica dovrebbero considerare gli effetti negativi di un'integrazione a pioggia di acido folico, data la presenza di fette di popolazione generale in carenza di B12.

Traduzione dell'abstract: Se elevate assunzioni di acido folico peggiorano la carenza di vitamina B12, cosa si può fare?

La causa più comune di carenza di vitamina B12 nella popolazione anziana è l'incapacità di assorbire la vitamina B12 legata al cibo. Per questo è stato suggerito che la dose giornaliera raccomandata di vitamina B12, pari a 2.4 mcg al dì, venga soddisfatta principalmente a partire da integratori di vitamina B12 (in forma cristallina), che si reputa sia ben assorbita in questi individui con difetto di assorbimento.

E' emersa la preoccupazione che elevate assunzioni di acido folico a partire da cibi fortificati e supplementi dietetici siano in grado di mascherare l'anemia macrocitica da carenza di vitamina B12, eliminando così un importante segno diagnostico.

Uno studio recente mostra tuttavia che elevati livelli ematici di folati in corso di carenza di vitamina B12 sono in grado di peggiorare (piuttosto che mascherare) l'anemia e di peggiorare i sintomi cognitivi.

Un altro studio suggerisce che una volta che si sia stabilita la carenza di vitamina B12 in soggetti con questo tipo di malassorbimento, l'assunzione per 30 giorni di una dose di 40-80 mcg al dì di integratore orale di vitamina B12, in forma cristallina, non sarebbe in grado di far regredire i segni biochimici della carenza.

Presi assieme, questi studi forniscono ulteriori evidenze sull'urgenza di mettere in atto stratagie volte alla cura della salute pubblica, che siano in grado di migliorare lo stato della vitamina B12 nella popolazione, riducendo il rischio di carenza e qualunque potenziale sua interazione con l'acido folico.

Fonte:
Johnson MA., If high folic acid aggravates vitamin B12 deficiency what should be done about it?, Nutr Rev. 2007 Oct;65(10):451-8. PMID: 17972439

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categorie: notizie varie
venerdì, 22 febbraio 2008

Aborto: una scelta dolorosa che spetta solo alle donne
di Claudia Mura

Manifestazione a favore dell'aborto (foto dal Web)
Lo scontro ideologico sull'aborto è più che mai alto con la campagna elettorale entrata nel vivo e i proclami di politici di destra e sinistra. Ma abortire è un fatto essenzialmente pratico, è una decisione che tante donne, un giorno, potrebbero trovarsi a dover prendere. Per chiarirci le idee su cosa accada quando si decide di interrompere una gravidanza abbiamo interpellato il dottor Silvio Viale, ginecologo del reparto Ostetricia e Ginecologia dell'ospedale Sant'Anna di Torino.
"L'interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) - ci spiega il dottore - è l'aborto che viene praticato, per decisione della donna, entro 90 giorni dal concepimento. Si tratta in genere delle gravidanze indesiderate, quelle che si sarebbero potute evitare con una buona contraccezione."

Cosa succede quando una donna decide di abortire?
"L'Ivg entro il 90° giorno prevede la richiesta della donna rispetto alla quale il medico è sostanzialmente un notaio. Si prepara un documento nel quale viene evidenziato che la signora ha chiesto l'interruzione della gravidanza. La si invita a soprassedere per 7 giorni dopo di che si può procedere immediatamente con l'aborto in qualunque ospedale."

Quindi le si danno 7 giorni per cambiare idea e poi si procede?
"Sì, la norma è molto ipocrita e prevede che si debba invitare la donna ad altre soluzioni possibili. E poi le liste d'attesa sono interminabili perché noi medici abortisti siamo poche centinaia in Italia. Quasi tutti i ginecologi sono obiettori."

E l'aborto terapeutico? È una locuzione singolare.
"Infatti. Si parla di aborto terapeutico nel caso di richiesta da parte della donna dopo il 90° giorno di gestazione, quando sussiste un grave rischio per la salute psichica della signora incinta come una depressione."

In genere si effettua nei casi di malformazione del feto?
"Non è esattamente così: l'aborto oltre i 90 giorni si può fare solo se il medico certifica un rischio grave per la salute psichica della donna. All'origine della richiesta in genere c'è una diagnosi di malformazione o anomalia cromosomica ma non è l'unico caso e non è necessario. Può anche capitare che la signora si sia accorta tardi della gravidanza. Capita soprattutto alle più giovani. Non esiste una lista delle malattie per le quali è previsto l'aborto. Quando Giuliano Ferrara, per esempio, dice che vuole fare togliere la sindrome di Klinefelter dalla lista della patologie per cui si può abortire, dice una cosa inesatta perché non esiste una simile lista."

Insomma non si può abortire se il figlio è malato ma solo se la malattia del figlio mette a rischio la salute mentale della madre?
"Esatto ma è una mezza finzione. Si certifica il rischio per la madre in modo da evitare che si possa parlare del cosiddetto aborto "eugenetico", cosa possibile in moti altri paesi ma non in Italia dove c'è questa grande ipocrisia: malformazione-aborto non è un passaggio automatico anche se in genere è così che vanno le cose. E infatti in tanti altri paesi è possibile l'aborto per malformazione."

Quindi basta che una donna dichiari di sentire che la propria salute mentale è a rischio?
"No. Si può anche fare la domanda ma poi è il medico che decide e se il medico valuta che in realtà non c'è tutto questo rischio, non concede il permesso."

E se la donna non ottiene il permesso cosa può fare?
"Può opporsi e chiedere conto al medico della sua decisione. Cosa della quale poi il dottore dovrebbe rispondere. Ma quasi nessuna lo fa, molto più spesso cerca assitenza altrove, in un altro ospedale, più raramente si decide di portare avanti la gravidanza. Magari si fa un aborto clandestino."

I dati dicono che sia un fenomeno in netto calo, immigrate a parte.
"Però ci sono ancora e non è vero che vi ricorrano soprattutto le immigrate. La straniera che arriva all'ospedale in preda a un'emorragia fa notizia. Ma mi risulta che gli aborti clandestini siano tuttora praticati soprattutto dalle donne del Sud. O da signore che cercano discrezione e anonimato presso studi privati compiacenti."

In ogni caso, ipocrisie legislative a parte, l'aborto terapeutico si esegue prevalentemente per malformazioni del feto?
"Oggi la diagnosi prenatale si può fare molto precocemente. Chi la fa in ritardo è, in genere, chi non si è accorta per tempo della gravidanza. Ma c'è da dire una cosa: chi fa gli esami per capire se il feto è sano, è quasi sempre una donna, o una coppia, che già sa che non vorrà un figlio malato. Se una coppia fosse disposta ad accettare un bambino in qualunque condizione, non avrebbe motivo di fare le analisi. Il fatto è che quando ci si trova di fronte a questo tipo di drammi, cadono tutte le certezze e nessuno è in grado di sapere prima cosa farà. Bisogna trovarcisi nella situazione."

Certo il dilemma se mettere al mondo un figlio malato o abortire può essere psicologicamente devastante.
"Nella mia carriera ho visto solo 2 donne portare avanti una gravidanza dopo una diagnosi per sindrome di Down e poi, in entrambi i casi, non lo hanno riconosciuto il bambino."

Lo hanno lasciato in ospedale?
"Sì, una delle due, tempo dopo, è anche venuta a sapere che il bambino era finito in un istituto. Lei sperava che qualcuno lo adottasse ma nessuno lo aveva voluto. Non è facile adottare un bimbo malato. "

Certo non può essere una soluzione quella di fare nascere un figlio malato sperando che sia qualcun altro a occuparsene.
"Io non dico mai cosa fare. Tutti coloro che si trovano di fronte a questo tipo di situazione mi chiedono dei consigli ma io non ne do mai. Una volta una coppia che pareva molto aperta all'idea di tenere un figlio affetto dalla sindrome di Down venne a chiedermi un consiglio. Io suggerii solo di fare un giro per il reparto infantile dove ci sono i bambini affetti dalla stessa sindrome. Decisero per l'aborto."

Nessuno accetta la malattia?
"Qualcuno c'è. Ogni tanto capita che una donna arrivi da me e mi dica: 'Mi hanno detto che devo abortire'. Ma questo è assurdo: una diagnosi di malformazione non implica necessariamente l'aborto se i genitori sono disposti ad accudire comunque il figlio. È una decisione individuale nella quale nessuno, salvo i genitori, può sindacare o dare consigli."

Cosa fare per evitare un evento così traumatico?

"La prevenzione è non rimanere incinta tramite un uso appropriato della contraccezione. Metà delle gravidanze sono indesiderate di queste il 50% si concluderà con un aborto. Il 90% delle donne sa subito cosa farà, non ci sono tante incertezze in genere. Fra le indecise, quelle che cambiano idea e decidono di tenere il bambino sono il 10%."

Quali sono i motivi?
"È una grande sciocchezza quella che molte donne rinuncino a un figlio perché non lo possono mantenere. Nessuna abortisce per una questione di soldi ed è un insulto nei confronti delle donne il solo pensarlo. In molti danno come giustificazione quella che non si sia in grado di mantenerlo. Lo dicono tutti, anche i politici, perché è comodo raccontarsi questa storia ma non succede così. La vera motivazione è 'non potrei fare la vita che vorrei'. Ma in ogni caso è la donna che ha il diritto di valutare la scelta. Quella dei sostegni di carattere economico per convincere una donna a non abortire è una grande ipocrisia, è demagogia populista. Non si convince una donna che non vuole un figlio a farlo con mille o duemila euro."

Quindi gli aiuti finanziari non servono?
"A Milano il Movimento per la vita ha sostenuto un'iniziativa che prevedeva proprio questo: fare cambiare idea alle donne che avevano deciso di abortire promettendo loro 190 euro al mese per 16 mensilità a partire dal terzo mese di gravidanza. Furono tutte truffe: donne che in realtà non avevano mai pensato di abortire ma avevano finto per prendersi i soldi."

Tutti i dati danno l'aborto in diminuzione.
"In Italia ci sono 763mila gravidanze all'anno. Di queste, 550mila si risolvono in una nascita, 70mila in aborti spontanei, 130mila sono aborti volontari entro il 90° giorno, 10 mila aborti clandestini, tremila gli aborti terapeutici. Ma il fatto è che i paesi che hanno più nascite, hanno anche più aborti. La Francia ha il doppio degli aborti dell'Italia ma ha anche il doppio delle gravidanze e anche un uso decisamente maggiore della contraccezione. Stessa cosa per la Svezia e la Finlandia, ad esempio. Solo l'Olanda ha più nascite e meno aborti dell'Italia. In ogni caso sono le donne adulte che fanno meno aborti ma per le minorenni e le immigrate, che sono comunque più giovani quando restano incinte, i dati sono costanti, anzi in aumento. Nella fascia di età tra i 19 e i 25 anni l'aborto non è calato. In Italia l'età delle donne che diventano madri si è sollevata notevolmente, quella media è 30 anni. Quando si fanno i confronti fra stati bisogna confrontare la stessa fascia di età."

Più contraccezione, più gravidanze, più aborti: cosa c'è di diverso in Italia?
"Facciamo meno sesso. Si parla tanto di sesso ma non si fa, siamo pieni di tabù. Siamo una società spenta.

Cosa pensa di tutte le polemiche innescate dal caso di Napoli?
"Che sull'aborto si fa una discussione prevalentemente astratta. Si parla in astratto del diritto alla vita o alla salute, tutti principi teorici non concretizzati. Tante ideologie e luoghi comuni a confronto mentre la decisione della donna è molto più concreta."
Forse perché a discutere di aborto sono sempre più spesso gli uomini.
"Questo non è vero. Non è vero che siano le donne le più sensibili all'argomento. Le ginecologhe sono molto più spesso obiettrici. I più impegnati su questo fronte sono maschi e lo fanno tutti per profonda convinzione ideologica, tutti convinti che spetti alla donna e solo a lei la decisione."
Cosa può portare questo clima di criminalizzazione dell'aborto?
"Ci si accanisce contro la minoranza di donne che abortiscono, che tra l'altro sono sempre meno. Prima della 194 abortivano due donne su tre. Rispetto a pressioni sociali e ideologiche così forti, anche chi è favorevole resta smarrito. Le donne che lo scelgono lo fanno sempre con un senso di colpa. Dicono 'ero costretta'. Oggi manca un movimento di donne che si assuma la responsabilità dell'aborto come scelta. È la classica battaglia dei diritti, della difesa di una minoranza."
Da tempo lei è al centro di una grossa polemica attorno alla pillola abortiva RU486. È stato accusato da più parti per essere stato uno dei primi a introdurne l'uso in Italia.
"La pillola abortiva emanciperà sempre più la donna dal medico rendendola più indipendente nella sua scelta. È un grande vantaggio, procura meno sintomi, meno problemi e, qualsiasi cosa si dica, rispetta la 194."

La RU486 viene somministrata in due tempi. Lei è stato accusato di avere lasciato andare a casa le sue pazienti fra una pillola e l'altra e di non averle tenute ricoverate per tutto il tempo. Si parla della violazione dell'ordinanza dell'allora ministro della Salute Storace che imponeva il ricovero.
"Io ritengo di non averla violata, non c'è nemmeno il rinvio a giudizio. Al Buzzi di Milano è successo lo stesso e hanno archiviato il caso. Succederà lo stesso per me. Sono sereno, apposto con la mia coscienza e pronto a rendere conto di tutte le accuse che mi sono mosse."

Secondo lei si tratta di accuse strumentali date dal clima di caccia alle streghe imperante?
"In tutto il mondo non si rimane in ospedale con la RU486 e la 194 non obbliga al ricovero, dice solo che gli atti abortivi devono esse fatti in ospedale o nei consultori. È solo un modo per boicottare la pillola abortiva per questioni ideologiche."

Tiscali News
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categorie: bioetica

Minori: Da Ue In Arrivo Via Libera Ad Adozioni Anche Per Single

Roma, 21 feb 2008 - I single hanno il diritto di adottare un bambino e tutti gli Stati europei dovranno modificare le loro leggi nazionali per adattarle a questo principio. Accadra' a maggio, quando il Consiglio d'Europa approvera' il nuovo testo della Convenzione europea sull'adozione di minori. Ad anticipare a Vita.it i contenuti del testo e' Maud de Boer-Buquicchio, vice segretario generale del Consiglio d'Europa. ''La Convenzione attualmente in vigore risale al 1967, dopo quarant'anni bisognava tener conto dei cambiamenti che si sono verificati all'interno della societa'. Per questo la nuova Convenzione estende la possibilita' di adottare anche ai single e alle coppie eterosessuali non sposate'', dice. La vice segretario e' molto esplicita anche sull'obbligatorieta' per gli Stati nazionali di recepire questa indicazione. ''Quello dei single e' un diritto pieno, e gli Stati saranno obbligati a modificare le loro leggi. L'Italia stessa sara' coinvolta da questo processo, visto che la legge che regola le adozioni, la 149 del 2001, consente l'adozione solo ai coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni''. Tra le novita' in arrivo, anche l'apertura dell'adozione alle coppie di fatto e a quelle dello stesso sesso, che siano registrate o semplicemente conviventi. Su questo pero' la Convenzione non sara' prescrittiva: ''La Convenzione apre questa possibilita', ma la lascia a discrezione del singolo Stato'', spiega de Boer-Buquicchio. ''D'altronde nelle scorse settimane c'e' stata una importante sentenza della Corte europea per i diritti umani, che ha condannato la Francia per aver discriminato una donna per il suo orientamento sessuale. Non potevamo non tenerne conto''.

ASCA
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categorie: notizie varie
giovedì, 21 febbraio 2008

FOTOGRAFATO IL 'PUNTO G', NON TUTTE LE DONNE LO HANNO

ROMA, 20 febbraio 2008 - Definito in passato addirittura un 'UFO ginecologico', il 'punto G' adesso è stato 'avvistato', e per la prima volta 'fotografato' sulla parete che separa la cavità dell'uretra da quella della vagina. E per la prima volta arriva con la forza la conferma della scienza che non tutte le donne possono contare su questa parte del corpo, bensì solo coloro che presentano questa parete più ispessita. E infatti solo queste donne, ha scoperto Emmanuele Angelo Jannini Docente di Sessuologia Medica, Università degli Studi de L'Aquila, risultano 'ammesse' alle gioie dell'orgasmo vaginale. Di certo, spiega Jannini, ghiandole, nervi e corpi cavernosi si 'concentrano' in questo ispessimento per infiammare di piacere.

La differenza anatomica è stata osservata per la prima volta su un campione di donne con un semplicissimo strumento di uso routinario nella diagnostica, l'ecografia transvaginale. Pubblicato su una delle riviste mondiali assolutamente più prestigiose nel campo della sessuologia, il Journal of Sexual Medicine, lo studio dimostra che è in questa sede il 'fulcro del piacere' e che, spiega Jannini, "come diceva Freud, 'l'anatomia è il destino', infatti l'aspetto anatomico trovato suggerisce che avere o meno il punto G è una condizione congenita".

 "Come dimostrato dalla pubblicazione su una rivista prestigiosa, si tratta di risultati interessanti e importanti - commenta Chiara Simonelli, sessuologa e psicologa dell'Università La Sapienza di Roma - che confermano la collocazione del punto G a lungo sospettata tanto che in passato si suggerivano addirittura degli esercizi per localizzarlo, ma occorrono ulteriori approfondimenti per conferme definitive". Alcuni anni fa, ricorda Jannini, in uno studio di anatomia su cadaveri "avevamo per la prima volta osservato delle differenze ricollegandole al punto G".

Questo studio è totalmente nuovo ed eseguito in modo semplicissimo ma assolutamente impeccabile dal punto di vista scientifico: "chiedendo a un gruppo di giovani se avessero o meno orgasmi vaginali - racconta Jannini - e osservandone l'anatomia della vagina con l'ecografia transvaginale". Nove donne avevano dichiarato di avere orgasmi vaginali, 11 no. Nelle prime si riscontra una conformazione più ispessita della parete tra uretra e vagina, spiega Jannini, fatta di corpi cavernosi (come quelli del pene) della parte interna del clitoride, ghiandole (i 'resti evolutivi' della ghiandola prostatica), terminazioni nervose che usano il meccanismo biochimico dell'eccitazione maschile.

 "Ci siamo fatti dirigere per la prima volta dalla donna alla ricerca del punto G", aggiunge l'esperto raccontando una curiosità del lavoro: una ragazza che aveva detto di non avere orgasmi vaginali, presentava invece l'ispessimento e dopo lo studio ha compreso di poterne avere, a conferma della tesi di Jannini. "Nessuno prima d'ora aveva usato l'ecografia per indagare questo aspetto ancora così poco conosciuto dell'anatomia femminile - fa notare Jannini - e questo la dice lunga sul ritardo culturale sulla sessualità femminile. Sul punto G abbiamo preferito un dibattito fatto di opinioni e non di scienza, io stesso ho tenuto per due anni i miei risultati nel cassetto prima di pubblicarli".

Della stessa opinione la Simonelli che però sottolinea: "la direzione da prendere per approfondire e confermare questi dati è un attento esame istologico sulla natura cellulare di questa zona". L'equipe di Jannini in parte lo sta già facendo con alcune indagini sull'effetto del testosterone, da sempre associato anche nelle donne a maggior desiderio sessuale, sull'anatomia di questa struttura.

ANSA
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categorie: notizie varie
mercoledì, 20 febbraio 2008

A colloquio con Carla Ripamonti, dell'Istituto Nazionale Tumori di Milano
Musica, danza e arte per arginare lo stress

L’arteterapia offre una valvola di sfogo contro i disagi psicologici dei malati di tumore e può aiutare a ritrovare un equilibrio psico-fisico.

L’«arte-terapia», finora considerata come efficace tecnica riabilitativa e di sostegno per chi soffre di disturbi psicologici, si rivela ora un’arma in grado di migliorare la qualità di vita dei malati di cancro. Sono infatti sempre più numerose i medici e i pazienti che credono nel valore curativo dell’esercizio artistico per la sofferenza psicologica che spesso accompagna il percorso di chi ha un tumore, dal forte impatto emotivo della diagnosi alle varie difficoltà che insorgono durante il periodo dei trattamenti.

L’arte, nelle sue varie sfaccettature, è per gli specialisti un mezzo che aiuta la riapertura dei canali della comunicazione personale, una medicina utile al riequilibrio psico-fisico. Il motivo lo spiega Carla Ripamonti, responsabile del laboratorio di arte-terapia dell’Istituto Nazionale Tumori (Int) di Milano, attivo dal 2003: «Non si vince la battaglia contro il cancro se si ignorano i suoi riflessi sulla psiche. Di fronte alla malattia, il senso dell’esistenza viene bruscamente messo in crisi: scopriamo di essere mortali e vulnerabili e ciò che spesso prende il sopravvento è un grande senso di solitudine, di paura, a volte persino di rabbia. Per questo non bastano l’intervento chirurgico, la chemio o la radioterapia».
E l’arte-terapia si dimostra un rimedio efficace per curare l’anima, soprattutto dei lungo-sopravviventi (così si definiscono, in termine tecnico, le persone che sono guarite dopo un tumore), ma può essere d’aiuto anche per i pazienti ricoverati o in fase terminale. Prosegue l’oncologa milanese: «Disegnare, dipingere, ascoltare musica, lavorare la creta, danzare, cucire… aiutano ad affrontare meglio la malattia. I pazienti scelgono liberamente l’attività che preferiscono e vengono assistiti da un operatore qualificato nell’uso terapeutico di quella determinata forma artistica. Lo scopo è quello di far emergere le sensazioni e dar sfogo a quelle negative: per questo serve personale specializzato. E il sostegno di uno psico-oncologo».

Alcune ricerche internazionali hanno documentato che i malati avvertono meno il dolore durante l’attività artistica (con una generale riduzione del consumo di analgesici) e che molti ricorrono a questa “terapia” prima di affrontare il ciclo di chemio, per combattere quella “nausea anticipatoria” che li colpisce alla sola idea di doversi recare in ospedale per sottoporsi al trattamento. In particolare, la musico-terapia può migliorare l’umore ed è un valido mezzo di rilassamento, mentre la “danza-movimento” – che consiste in una serie di gesti armonici, più che in un vero e proprio ballo – contribuisce a far recuperare il senso del proprio corpo a chi soffre per i cambiamenti fisici legati al tumore (le donne operate di mastectomia al seno, ad esempio, o gli stomizzati dopo un carcinoma colon-rettale).
L’arte-terapia - sostiene uno degli studi clinici finora condotti sull’argomento - può aiutare i pazienti oncologici ad alleviare lo stato d’ansia e di panico che talvolta li opprime, perchè la distrazione più o meno “ludica” allontana la mente dal pensiero ossessivo della malattia. La ricerca, guidata da Judith Paice, ha coinvolto, nel 2006, cinquanta pazienti del Northwestern Memorial Hospital di Chicago (Stati Uniti) per quattro mesi e ha rivelato una significativa riduzione di otto dei nove sintomi principali misurati attraverso la Edmonton Sympton Assessment Scale (Esas), una tecnica che consente di valutare disturbi come stanchezza, depressione, ansia e mancanza di appetito.
Negli Stati Uniti e in Canada l’esercizio artistico e le terapie spirituali (come preghiera o meditazione, utili supporti per calmare angoscia e dolore) sono pratiche spesso affiancate ai tradizionali trattamenti anti-cancro. In Italia, invece, sono disponibili laboratori artistici solo all’Int di Milano, all’Azienda ospedaliera San Giovanni Battista - Molinette di Torino e presso la Lega Tumori di Firenze. «Si potrebbe ampliare in tempi rapidi l’offerta – conclude Ripamonti, – ma è indispensabile dotarsi di personale specializzato».
E i vantaggi non sarebbero limitati ai pazienti: il laboratorio artistico potrebbe organizzare corsi anche per il personale medico-infermieristico, con lo scopo di ridurre lo stress e di riacquistare la serenità, e per i familiari dei malati, sottoposti a grandi pressioni emotive. Già esistono, poi, progetti a sostegno dei parenti che devono elaborare un lutto, e sessioni di disegno per i bambini con genitori malati, per analizzare come vivono la difficile situazione familiare e aiutarli a dar libero sfogo alle loro emozioni.
Vera Martinella
19 febbraio 2008
www.corriere.it
postato da: camozzi alle ore 23:26 | link | commenti
categorie: salute

Disturbo del sonno: Narcolessia

MorfeoLa narcolessia e' un disturbo del sonno caratterizzato da un'eccessiva sonnolenza durante il giorno che si avverte nonostante la persona abbia dormito sufficientemente la notte. Questa patologia non è rara, colpisce circa quattro persone su 10.000, prevalentemente i maschi, a qualsiasi età (i sintomi sono generalmente assenti o poco riconoscibili prima dei dieci anni), con un picco tra i 15 e i 25 anni.

A differenza dell'ipersonnia in cui l'aumento del sonno e' graduale e non riposa, nella narcolessia si presenta come veri attacchi improvvisi, al termine dei quali ci si sente riposati (fino al ritorno di un nuovo attacco di sonno).

Questi episodi possono durare qualche minuto, mezzora, a volte anche un'ora, e possono verificarsi anche in momenti non aspettati.

Le caratteristiche cliniche fondamentali

1) eccessiva sonnolenza diurna con attacchi di sonno pluriquotidiani, non procrastinabili e talora non preavvertiti. Il sonno totale nelle 24 ore è generalmente entro la norma: sono la continua predisposizione alla sonnolenza e all'addormentamento e le circostanze nelle quali ciò si verifica ad essere inusuali. Infatti, i narcolettici si addormentano nei momenti meno appropriati, ad esempio nel corso di una conversazione, mentre stanno seduti in classe, mentre stanno aspettando l'autobus o mangiando.

2) cataplessia , ovvero di una rapida perdita del tono muscolare causata da manifestazioni emotive come riso, collera, eccitazione, sorpresa. Un attacco cataplettico può comportare solo una breve e parziale debolezza ma può anche causare una quasi completa perdita del controllo muscolare per alcuni minuti. Ciò può provocare una caduta, l'impossibilità di muoversi e di parlare, anche se il soggetto è cosciente o almeno parzialmente conscio di ciò che gli sta accadendo.

3) allucinazioni ipnagogiche , sono esperienze sensoriali intense e vivide, talora a contenuto terrifico, che si verificano all'inizio o alla fine di un periodo di sonno. Alcuni o tutti i sensi possono risultare coinvolti e frequentemente è molto difficoltoso per il soggetto distinguere l'allucinazione dalla realtà.

4) paralisi del sonno , caratterizzate dalla consapevolezza di non riuscire a muoversi malgrado il desiderio di farlo. Si verificano durante l'addormentamento a al risveglio. Possono essere concomitanti con un'allucinazione ipnagogica risultando spesso in una esperienza terrorizzante.

5) sonno notturno disturbato - insonnia : nonostante il soggetto affetto da Narcolessia non abbia difficoltà a prendere sonno, il sonno notturno è disturbato da molti risvegli, spesso prolungati, e da sogni terrifici.


Epidemiologia

La Narcolessia , nell'uomo, tende a comparire sporadicamente, secondo una curva bimodale, con picchi a 15 e 25 anni, senza una chiara predisposizione familiare. Ha una prevalenza di 0,2 - 2 casi ogni 1000 abitanti. Solamente il 10% - 15% dei pazienti narcolettici presenta la sintomatologia completa. Il primo sintomo a comparire è solitamente la eccessiva sonnolenza diurna. La cataplessia compare di solito entro 1 - 4 anni, ma può tardare anche 40 - 60 anni. E' tendenzialmente sottodiagnosticata in tutto il mondo. In Italia, per i motivi di cui sotto, i pazienti narcolettici con una diagnosi certa non superano i 600, contro le diverse migliaia diagnosticate in Francia e contro gli almeno 25000 presunti in Italia.

Patogenesi

1) Neurofisiologia
L'aspetto neurofisiologico caratteristico della Narcolessia è la rapida ed atipica emergenza del sonno REM entro 15 - 20 minuti dall'addormentamento. Gli attacchi di sonno diurni compaiono nelle forme più caratteristiche ogni 90 - 120 minuti e spesso, al risveglio da una sonnellino di 5 - 15 minuti, il paziente ricorda di aver sognato e si sente discretamente riposato. Il soggetto narcolettico presenta infatti una discreta resistenza al sonno fra un episodio di sonno ed il successivo.

2) Neurochimica
Nel 1999 è stato scoperta una drastica riduzione - fino alla assenza completa - di un neuromediatore chiamato ipocretina od orexina nel liquido cefalorachidiano dei soggetti narcolettici e, successivamente, una riduzione dei neuroni ipotalamici secernenti questo composto in rilievi autoptici di soggetti con narcolessia. Mentre nel cane narcolettico è stato scoperta una alterazione genetica a carico del recettore della ipocretina, nell'uomo non vi sono ancora evidenze di una chiara mutazione.

3) Genetica
Solamente l'1% dei casi di narcolessia sono familiari. Il rischio del riscontro di Narcolessia fra parenti di primo grado è dell'1% - 2%, quindi 30 - 40 volte più alto della popolazione generale. Questo significa che la narcolessia è una malattia nella quale necessariamente giocano un ruolo fondamentale fattori genetici. Infatti, l'85% - 100% dei pazienti i narcolettici presentano gli stessi antigeni di istocompatibilità (HLA - DQB1*0602).

La Diagnosi

Nonostante la clinica possa fortemente indirizzare verso la diagnosi, soprattutto nei soggetti con cataplessia, è possibile avere una conferma certa con uno studio polisonnografico seguito dal test delle latenze multiple di addormentamento. Questi strumenti, ad uso di non tutti i centri del sonno, consentono anche di monitorizzare l'evoluzione della malattia e di valutare la risposta alle terapie
.

http://www.narcolessia.it

postato da: camozzi alle ore 09:15 | link | commenti
categorie: salute

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