mercoledì, 29 aprile 2009

Febbre Suina

di Luciano Gianazza

Il governo messicano mette in guardia la popolazione: non stringersi la mano quando ci si saluta, non baciarsi, non condividere il cibo, bicchieri o posate per timore di infezioni.

 Il focolaio ha colpito i residenti della capitale messicana, una delle città più grandi del mondo che ospita circa 20 milioni di persone.

Nelle farmacie le maschere chirurgiche si sono esaurite in un giorno.

"Siamo spaventati perché dicono che non è esattamente l'influenza, è un altro tipo di virus e non siamo vaccinati", ha detto Rivera Angeles, 34 anni, un funzionario del governo federale che è andato a prendere suo figlio a una scuola pubblica che è stata chiusa.

Il CDC dichiara che si tratta di un virus influenzale di tipo A, che porta la denominazione H1N1. e che contiene il DNA di un virus di tipo aviario, suino e umano, compresi gli elementi dei suini europei ed asiatici. [nN23355101]

Ora se le cose stanno così veramente, quel virus non può che essere stato prodotto in laboratorio .

Ci sono alcuni sostenitori del complottismo che sostengono che sia in atto un tentativo di ridurre la popolazione planetaria.

Sebbene sappia che certi individui sono capaci di qualsiasi cosa inimmaginabile per il comune cittadino, personalmente credo che questa volta si tratti di un avvelenamento della popolazione suina tramite vaccinazione.

Negli allevamenti intensivi di suini, le infezioni sono all'ordine del giorno e si cerca di combatterle a colpi di vaccini Tali vaccini vengono prodotti pasticciando con il DNA dei virus, e come hanno immesso virus ricavati dalle scimmie nei vaccini destinati all'uomo, anche l'inverso viene fatto, mischiando più virus, tentando di risolvere le pestilenze che regnano negli allevamenti intensivi, e non solo di suini.

Ogni giorno il vaccinatore, negli enormi, estesi, allevamenti intensivi, fa il suo giro per vaccinare i maiali. Ha un serbatoio da 5 litri pieno di vaccini e con la pistola dosatrice automatica inizia a punturare i maiali, uno ad uno. L'ago non viene cambiato se non quando si spezza nel fianco di un maiale che è scattato improvvisamente. Non esiste il monouso nella vaccinazione degli animali e le infezioni vengono passate da animale ad animale. Immagina i miliardi di miliardi di virus contenuti in 5 litri di vaccino!

Questi virus, a causa delle caratteristiche di virus che colpiscono l'uomo, possono quindi attecchire anche in un organismo umano intossicato, come risulta essere per la cosiddetta "persona normalmente sana" considerata in buona salute dalla scienza medica.

Le autorità sono preoccupate. I consigli dati sono quelli di non mettervi a giocare con i maiali in un porcile, di non toccare persone che hanno governato maiali, e di isolare il proprio corpo dal contatto con gli sconosciuti. Ma di non smettere assolutamente di mangiare carne di maiale e derivati. Questo potrebbe causare grosse perdite alle aziende di settore, ed è quest'ultima la preoccupazione che tormenta i governi, le multinazionali del settore, i media per i loro inserzionisti. Nelle interviste agli esperti viene detto di prepararsi alla vaccinazione per accontentare i clienti del settore farmaceutico. Verrà consigliato ai governi di fare scorte di vaccini, che pagheranno i contribuenti. Viene anche costantemente detto che mangiare la carne di maiale non apporta alcun pericolo per accontentare i clienti del settore alimentare. Sarà vero? Ci hanno sempre detto tutta la verità le autorità scientifiche, accademiche e politiche? Quante volte dei farmaci sono stati dichiarati assolutamente sicuri e poi ritirati dal mercato perchè le morti da essi causate sono diventate di pubblico dominio?

I vaccini non prevengono assolutamente nulla. Fanno ulteriori danni, giù fino al DNA.

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categorie: salute, genetica e vivisezione
martedì, 28 aprile 2009

Influenza suina, influenza aviaria: facce della stessa medaglia

28 aprile 2009 - Ci risiamo l’influenza colpisce ancora. Ma nessuno si preoccupa del ruolo degli allevamenti intensivi nella genesi delle pandemie

“Possiamo dedurre che eventi epidemici di grandi dimensioni territoriali e di rilevante gravità sanitaria possono evolvere dall’affermarsi di ceppi virali geneticamente ibridi tra quelli umani e quelli aviari in cui ci sia la presenza combinata di siti antigenici parentali per cui la popolazione dimostri una copertura immunologica scarsa; tali ceppi possono originarsi dal riassortimento genico tra virus umani ed avicoli che può avvenire quando si ha la contemporanea presenza dei sottotipi parentali in “frullatori” quali il suino, ospite sensibile ad ambedue i ceppi, o l’uomo infettato accidentalmente da virus aviari a causa delle condizioni epidemiologiche degli uccelli da allevamento e dalla normale influenza. Su base storica si può ipotizzare una frequenza di pandemie influenzali di tre o quattro volte per secolo con l’insorgenza di questi nuovi sottotipi virali ad alta trasmissibilità interumana per cui, pur non essendo prevedibile la sua comparsa, è possibile, vista la distribuzione negli ultimi decenni del ‘900 e le infezioni umane descritte dal ‘97, un nuovo episodio entro pochi anni "(Cazzola).

La sindrome della febbre suina in Messico non è nient’altro che la ‘vecchia’ influenza aviare che ritorna, dal momento che non è mai andata via.
Non si capisce perché adesso si utilizzi una definizione diversa da quella ormai consueta di influenza aviare, in quanto il virus chiamato in causa adesso è l’H1N1 ovvero un Ortomixovirus, un tipo di virus che si contraddistingue per avere moltissimi sottotipi, fatto che ha portato a identificare le diverse varianti con le due lettere H e N e una serie di numeri per ogni lettera, 1,2 3, ecc. Il virus dell’aviare era H5N1 quello odierno, come detto, H1N1.

Per un caso non tanto strano, se la tipologia sarà confermata, si tratta dello stesso agente virale che aveva causato la famosa ‘spagnola’, l’influenza che ha ucciso più di cento milioni di persone in tutto il mondo subito dopo la prima guerra mondiale. Al tempo la condizione sanitaria della popolazione era più fragile di quella attuale e questo è importante da capire perché si deve ricordare che le malattie, per svilupparsi, richiedono sia la presenza dell’agente infettante, virus o batterio, come uno stato immunitario insufficiente e condizioni ambientali predisponenti, ad esempio il freddo intenso. Per questo il virus oggi dovrebbe a fare meno paura che quasi cent’anni fa, per la migliore situazione sanitaria delle popolazioni in generale.

Perché il virus dai volatili o dai maiali passa all’uomo?

Da un punto di vista scientifico si ammette che i volatili siano il serbatoio di questi virus, i quali passando da animale ad animale possono mutare le loro caratteristiche, cioè diventare più virulenti, cambiare il potere infettante, cioè colpire animali che prima non erano colpiti, ecc..
Il modo con cui avviene la trasformazione è stato studiato a fondo. Passando da animale ad animale trova condizioni immunitarie diverse, le quali interferiscono con la sua struttura genetica e facilitano la modificazione del patrimonio genetico.
È naturale che tali modificazioni siano più facili laddove vi sia una grande concentrazione di animali con caratteristiche immunitarie diverse come può avvenire negli allevamenti industriali, dove gli animali sono sottoposti a stress e a continui trattamenti terapeutici, per cui si generano le condizioni migliori per indurre la trasformazione dell’agente virale.

Il virus, proprio per le sue possibilità di modificarsi, ha elevate capacità di adattarsi ad altri soggetti cioè di colpire altre specie animali, per quello che viene definito il «salto di specie», passando da quella normalmente parassitata ad altre. E questa possibilità è ciò che lo rende più pericoloso per la specie umana.

I suini sono sensibili sia ai virus influenzali umani sia a quelli aviari, è quindi abbastanza comprensibile che siano loro i responsabili del riassorbimento genetico del virus, tale da renderlo patogeno per la specie umana. Questo probabilmente è quanto avvenuto e sta avvenendo in Messico e si sta diffondendo nei vicini Stati Uniti, dal Kansas alla California allo stato di New York come nel Regno Unito e in Nuova Zelanda (il rischio di pandemia quindi è reale ed è anche medio-alto, secondo l’Oms).
Come sempre accade le autorità sanitarie si preoccupano sia per la salute sia di non provocare, come dicono, il ‘panico’ nel mercato che potrebbe mettere a rischio la filiere produttive degli animali da allevamento.

Qual è allora la situazione reale o realistica? ...

Il virus H1N1 ha subito una trasformazione, un riassorbimento genetico e ha assunto a capacità di contagiare non solo i suini ma anche gli esseri umani. La trasmissione avviene tramite gli escreti, cioè il catarro bronco polmonare e le feci e non con la carne.
Tramite gli escreti il virus, di cui però non è stato comunicato il potere infettante, cioè quanto virus occorre per trasmettere effettivamente la malattia, può diffondersi e permanere nell’ambiente dal quale per scarsa igiene, per inalazione o per contaminazione degli alimenti può essere introdotto dalle persone che avranno conseguenze diverse proporzionalmente alle loro condizioni di salute. Se gli individui sono immunologicamente deboli saranno colpiti in maniera più grave.

Alcune ulteriori osservazioni sono d’obbligo per chi, come noi, da anni si occupa di salute pubblica, di salute animale, di ecologia e di rispetto della vita animale.
In queste ore dai media ci viene detto che la forma potrebbe trovare giovamento da terapie a base di Tamiflu, di cui raccontiamo la storia completa qui sotto, però è utile conoscere alcune notizie.

Si deve ricordare che il Tamiflu non è stato giudicato a livello scientifico avere grandi poteri contro i virus ciononostante con l’influenza aviare, nei cui confronti non è stata ugualmente accertata la sua utilità, ha conosciuto una fortuna tanto alta e incredibile che ha portato ad esaurire tutte le scorte, fino a quel momento invendute, ed ha garantito profitti di miliardi di euro ai suoi produttori. Tanto grandi che solamente Donald Rumsfield, che possedeva azioni della ditta che per prima aveva sviluppato l’Oseltamivir, il principio attivo del Tamiflu, ha guadagnato un milione di dollari.

Dopo un rallentamento delle vendite di alcuni anni ora la nuova sindrome promette di rinnovare i fasti commerciali del Tamiflu.
Un ulteriore elemento su cui occorrerebbe riflettere è quello interente il problema degli allevamenti intensivi. Come si è detto, sono loro i principali sospettati per indurre la trasformazione dei virus e renderli capaci di saltare le specie!
Una prima conseguenza di ciò è che le pandemie sono sempre più comuni e frequenti perché sostenute da un sistema zootecnico intensivo globale che non si pensa di modificare.

Infatti le autorità sanitarie non si preoccupano minimamente di intervenire per contenerne l’espansione anzi li sostengono anche con contributi pubblici. Però è ugualmente degno di nota che gli allevamenti industriali siano ritenuti una necessità in quanto le richieste dei consumatori e dell’industria di avere sempre maggiori quantità di cibi di origine animale, anche carne di maiali e salumi, richiedono questi sistemi zootecnici industrializzati. È però necessario un altro corollario. È chiaro che i cittadini, le persone devono comprendere che sono anche loro a indurre quei sistemi con la smodata richiesta di carne e che il loro comportamento di fatto genera una delle probabili cause delle pandemie ricorrenti.

Enrico Moriconi
http://www.enricomoriconi.it/html/index.php
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lunedì, 27 aprile 2009

POMODORO SALVA DALL'INFARTO, ENTRA NEI PROTOCOLLI DI CURA

TAORMINA (CATANIA), 27 aprile 2009 - Il licopene, l'antiossidante contenuto nella buccia del pomodoro, fino ad ora considerato prezioso alleato contro il tumore della prostata, diventa una vera e propria terapia anti infarto e ictus. I dati presentati a Taormina per il Mediterranean Cardiology Meeting dimostrano come sia capace di bloccare l'ossidazione dei lipidi, in modo da ridurre il rischio della formazione di placche causa di problemi cardiovascolari.

Il licopene è però biodisponibile, e quindi utilizzabile dall'organismo, solo se cotto: per permettere al corpo di beneficiare di questo antiossidante sarebbe necessario in teoria consumare ogni giorno un chilo di pomodori che in forma concentrata si trasformano in 100 grammi. Questa quantità riuscirebbe a ridurre consistentemente, in modo variabile a seconda delle condizioni di partenza della persona, il rischio di incidenti cardiovascolari.

Si calcola che utilizzando il pomodoro come elemento cardine della dieta mediterranea si possa infatti ridurre il rischio, ha spiegato Michele Gulizia, presidente dell'associazione italiana di aritmologia e cardiostimolazione, fino al 30%. I cardiologi, in proposito sono concordi nel considerare l'opportunità di tradurre queste indicazioni in un vero e protocollo di prevenzione alimentare.

ANSA
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categorie: salute
venerdì, 24 aprile 2009

Cali di energia: tiriamoci su con rosmarino e pepe nero

pepe nero24 aprile 2009 - Si dice “Aprile dolce dormire” e - in effetti - un certo torpore ci coglie spesso ultimamente. Magari capita soprattutto dopo pranzo e non c’è caffè che tenga: la palpebra cala e vorremmo sprofondare in un sonno rigeneratore anche solo per pochi minuti.

Ebbene se volete un rimedio contro questi improvvisi cali d’ energia stagionali provate con il pepe nero. Non dovete far altro che versare su un fazzoletto di stoffa 4-5 gocce do olio essenziale di pepe nero o rosmarino e inalarlo fortemente tutte le volte che ci sentiamo fiacchi e sopraffatti dalla stanchezza.

Questo è senz’altro un rimedio che possiamo portare sempre con noi in borsa. Se, invece, avete più tempo potete provare con un infuso di semi di coriandolo. Mettete in infusione per dieci minuti 40 grammi di semi di coriandolo in un litro di acqua bollente. Filtrate e bevetene un bicchiere due volte al giorno.

Se, invece, il problema è l’ansia, allora preparate un infuso con un litro d’acqua e 100 grammi di pianta intera di pilosella. Lasciate in infusione per 25 minuti, filtrate e bevetene una tazza tutte le sere.

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categorie: rimedi naturali
giovedì, 23 aprile 2009

Aceto di vino contro il mal di pancia 

aceto contro la colite22 aprile 2009 - Dietro il mal di pancia si nascondono diversi tipi di disturbi, dai dolori mestruali alle difficoltà digestive, alla colite. Per questi disturbi è ottimo l’aceto di vino, se proveniente da vino senza additivi e non pastorizzato, ovvero che sia diventato aceto naturalmente, senza l’aggiunta di agenti chimici.

Contro i dolori mestruali l’impacco di aceto di vino deve essere tenuto sull’addome almeno quindici minuti: un cucchiaino di aceto, misto a 20 gocce di tarassaco e 20 di centella, mescolati in 250 ml d’acqua sono tutto ciò che vi serve per calmare i dolori al basso ventre.

Per chi soffre di colite, invece, il cucchiaino di aceto di vino deve essere sciolto in una tazza di acqua minerale a temperatura ambiente e mischiato con 30 gocce di olio di calendula. Usate l’intruglio per massaggiarvi l’addome, là dove brucia di più. Conoscete qualche altro beneficio derivante dall’uso di aceto di vino?

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Il ravanello, integratore naturale contro la spossatezza

ravanelli23 aprile 2009 - Spossatezza primaverile? Sentite il bisogno di nutrire il vostro corpo di energie e vorreste un integratore di sali minerali? Allora scegliete il ravanello. Ricco di ferro, fosforo, calcio e potassio è un ottimo integratore naturale di sali minerali. Inoltre, è indicato in qualsiasi dieta poichè contiene solo 11 calorie per 100 grammi di ravanello pulito: aggiunto all’insalata le dona quel suo gusto particolare ed evita l’aggiunta del sale.

Se poi i cambi di temperatura a cui siamo sottoposti in questi giorni vi prendono alla gola o attaccano le vie respiratorie, potete usare il centrifugato di ravanello, diluito con acqua, come colluttorio per fare gli sciacqui e disinfettare le zone infiammate.

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categorie: rimedi naturali
mercoledì, 22 aprile 2009

La cgil: il numero di immigrati che chiedono cure è calato del 10-20%
I medici che non vogliono denunciare i clandestini

Da Torino a Bari: distintivi sui camici e cartelli multilingue

Il simbolo 'Io non ti denuncio' (Fotogramma)
Il simbolo "Io non ti denuncio" (Fotogramma)
MILANO — Medici-obiettori che per rendersi riconoscibili in corsia lo scrivono sul camice: «Io non ti denun­cio». Associazioni di categoria che invi­ano petizioni al governo per rafforzare il proprio «no»: «Quel provvedimento va contro il nostro codice deontologi­co». Regioni che rivendicano la pro­pria autonomia in fatto di sanità, riba­discono le norme in vigore, ne varano di nuove: «Le cure devono essere ga­rantite a tutti nel pieno rispetto della Costituzione e della privacy». La batta­glia contro il provvedimento che pre­vede la denuncia da parte dei medici dei clandestini è trasversale. Politica e di categoria. Un rincorrersi di iniziati­ve per fermare il disegno di legge. Per interrompere le denunce: tre quelle re­gistrate prima che la norma sia entrata in vigore. Ma anche per contenere il crollo di richieste di cure da parte de­gli stranieri: dei cittadini sprovvisti di permesso di soggiorno ma anche degli immigrati in regola.

Da Milano a Roma. Da Torino a Ge­nova. Pur senza nomi e cognomi le sta­tistiche parlano chiaro. «Il numero di immigrati che nei primi tre mesi del­l’anno hanno chiesto cure è calato del 10-20% rispetto al 2008», denuncia Massimo Cozza, responsabile dei me­dici della Cgil. Il crollo a febbraio: «Nel pieno del dibattito e dell’approvazione del ddl al Senato». Ora, spiega il presi­dente nazionale della Società italiana medicina d’emergenza-urgenza Anna Maria Ferrari, «gli accessi registrati nelle principali strutture di emergenza sono tornati quasi nella norma». «Ma non appena si ricomincerà a parlare di medici-spia ci sarà un nuovo calo», av­vertono gli addetti ai lavori. Del resto le denunce sono state più veloci del­l’entrata in vigore della legge: i primi di marzo, all’ospedale Fatebenefratelli di Napoli, Kante, 25 anni, ivoriana in attesa del riconoscimento di asilo poli­tico, è stata segnalata dopo aver dato alla luce un bimbo; un mese dopo, agli Spedali Riuniti di Brescia, Maccan Ba, 32 anni, senegalese, è stato raggiunto da un ordine di espulsione dopo aver richiesto cure per un mal di denti; ne­gli stessi giorni, al Santa Maria dei Bat­tuti di Conegliano (Treviso), una nige­riana di 20 anni è stata registrata al pronto soccorso come «paziente igno­ta » e dimessa con un foglio di via.

Spiega Massimo Cozza: «La paura è la fuga degli immigrati dagli ospeda­li». Con un doppio rischio: «Per la salu­te dei cittadini stranieri, il cui diritto alle cure è sancito dalla Costituzione, e per la salute pubblica». Parole che ri­calcano storie di Carlos e Joy: lui, 20 an­ni, sudamericano trapiantato nel Pave­se, per paura di essere denunciato ha rischiato di morire di peritonite; lei, 24 anni, nigeriana, prostituta, è morta di tubercolosi avanzata. «Il 50% degli ospiti del Cara di Bari, il centro di acco­glienza dove era stata, è risultato posi­tivo alla malattia».

Al San Paolo di Milano, punto di ri­ferimento per i suoi ambulatori dedica­ti agli immigrati, i medici lavorano con la spilla «Io non ti denuncio». Qui il calo dei cosiddetti «stranieri tempo­raneamente presenti» è stato del 40%, la media dei tre mesi registra un meno 22. Richieste di intervento in discesa anche al Niguarda e al Fatebenefratelli (-10). A capo dell’assessorato regiona­le alla Sanità c’è il leghista Luciano Bre­sciani, ma già lo scorso febbraio la di­rezione generale ha inviato una circola­re per ribadire che i clandestini hanno diritto a cure gratuite. Cure che, stan­do ai primi risultati dell’indagine pilo­ta avviata dall’Asl (guidata dalla leghi­sta Cristina Cantù), ammonterebbero a 15 milioni l’anno. Anche il governa­tore Piero Marrazzo ha inviato una cir­colare ai medici del Lazio, ma per riba­dire che non devono ottemperare alla denuncia. Una norma sulla quale ha espresso preoccupazione anche il con­siglio di facoltà di Medicina del Gemel­li. Da inizio anno a metà aprile gli ac­cessi degli stranieri nei 39 principali ospedali del Lazio, dicono i dati del­l’Agenzia sanità pubblica, sono stati 4.789 rispetto ai 6.433 del 2008. Al San Camillo sono passati da 748 a 573, al Tor Vergata da 239 a 63. Al Casilino da 1.640 a 1.589. Ma qui — dove il respon­sabile del dipartimento di emergenza Adolfo Pagnanelli ha fatto firmare ai «suoi» medici una dichiarazione in cui si impegnano a non denunciare e per comunicarlo ai pazienti ha fatto affig­gere cartelli in sette lingue — è la «fu­ga » di romeni che colpisce: meno 18%.

Cartelli in più lingue sono stati affis­si su richiesta dei governi regionali an­che in Emilia Romagna, Puglia, Sicilia. In Liguria il debutto è atteso a ore. In Piemonte i manifesti sono in fase di ideazione. Tutte Regioni che hanno in­viato anche circolari ad hoc per ribadi­re che l’unica norma in vigore è quella contenuta nel testo unico sull’immi­grazione che prevede il divieto di de­nunciare i pazienti. «Faremo ricorso al­la Consulta perché quella norma è in­costituzionale », annuncia l’assessore alla Sanità della Toscana Enrico Rossi. Al Careggi di Firenze gli irregolari so­no passati da 145 a 122, preoccupa la diserzione del consultorio femminile. Per la Puglia il governatore Niki Ven­dola ha annunciato una «norma spe­ciale » contro quella nazionale. Tutti obiettori i medici del Simeu. Il cartello al San Paolo di Bari: «Qui non denun­ciamo nessuno». E non sono solo i go­vernatori di centrosinistra a portare avanti la battaglia. Il presidente della Sicilia Raffaele Lombardo ha voluto che all’interno della legge di riordino del sistema sanitario fosse introdotto un emendamento: «A tutti le cure am­bulatoriali e urgenti senza che ciò im­plichi alcun tipo di segnalazione all’au­torità». Sicilia in controtendenza, co­me la Calabria, anche in fatto di nume­ri: nei centri per immigrati dove i me­dici indossano la maglietta «non vi de­nunciamo» gli accessi sono quasi rad­doppiati.

Alessandra Mangiarotti
Simona Ravizza
22 aprile 2009

www.corriere.it

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domenica, 19 aprile 2009

Insulina addio?

L'autotrapianto di cellule staminali può invertire il decorso del diabete di tipo I. I risultati ottenuti su 23 pazienti pubblicati su Jama

 Il trapianto di cellule staminali potrebbe risultare una potente terapia contro il diabete di tipo I, una malattia autoimmune in cui l’organismo non è capace di produrre insulina, necessaria al metabolismo. Uno studio statunitense pubblicato sul Journal of American Medical Association, che raccoglie i risultati di ricerche condotte nel corso del 2007, dimostra che la maggior parte dei diabetici sottoposti a trapianto non necessita più di somministrazioni di insulina a distanza di oltre 3 anni dall’intervento.

L’impiego delle staminali potrebbe rappresentare una svolta radicale nella cura di questa patologia cronica, causata da un’eccessiva aggressività del sistema immunitario che attacca e distrugge le cellule prodotte dal pancreas, responsabile della secrezione di insulina. Richard Burt, immunologo della Northwestern University (Usa) e colleghi hanno coinvolto complessivamente nelle loro ricerche 23 pazienti, tra i 13 e i 31 anni, affetti da diabete di tipo I. Nella prima fase dell’esperimento, i pazienti sono stati trattati con farmaci immunodepressivi, in modo da inibire il loro sistema immunitario e la funzionalità del midollo spinale, responsabile della riproduzione delle difese immunitarie. Il trattamento farmacologico ha consentito di poter prelevare cellule staminali direttamente dal sangue piuttosto che dal midollo.

I pazienti ricoverati sono stati poi sottoposti a chemioterapia per indebolire ulteriormente il sistema immunitario. Infine, Le cellule staminali prelevate sono state epurate dal sangue e iniettate nuovamente nei pazienti, in modo che potessero, migrando verso il midollo spinale, riportare il sistema immunitario in equilibrio. Risultato: 20 dei 23 pazienti non hanno avuto bisogno di iniezioni di insulina per un periodo medio di 31 mesi. Dopo questo lasso di tempo, solo 8 pazienti hanno avuto nuovamente bisogno di somministrazioni di insulina, sebbene a dosi inferiori a prima del trapianto, le altre 12 persone invece non ne hanno avuto bisogno poiché il loro organismo è riuscito a produrre sufficienti quantità di insulina autonomamente. Nei pazienti sono stati riscontrati anche livelli aumentati di C-peptide, una proteina prodotta dal pancreas che, in qualità di sottoprodotto dell’insulina, ne indica i livelli presenti nell’organismo.

Risultati positivi nella cura del diabete sono stati ottenuti anche grazie a trapianto di midollo da donatore, ma questo tipo di intervento richiede l’impiego di dosi massicce di farmaci immunosoppressori per contenere il rischio di rigetto. Il trapianto di staminali sembrerebbe dunque il metodo più efficace anche se, sottolineano i ricercatori, saranno necessari ulteriori indagini per mettere a punto tecniche di intervento e terapie sicure: due pazienti trattati con queste prime cure sperimentali, infatti, sono stati colpiti da polmonite, tre da disordini ormonali e nove da deficit spermatico. (e.r.)

16 aprile 2009

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categorie: salute, notizie varie
sabato, 18 aprile 2009

I prodotti sbiancanti danneggiano i denti
L'effetto, unicamente ottico, non migliora la salute dei denti ma ne intacca lo smalto

17 aprile 2009 - Sorriso accecante, che "più bianco non si può", è la promessa di molti prodotti per lo sbiancamento dei denti che si possono facilmente acquistare in farmacia. Ma insieme all’indubbio risultato c’è un effetto secondario di non poco conto: il danno allo smalto.
L’avviso arriva da uno studio pubblicato sulla rivista “Journal of Dentistry” e mette in guardia da alcuni prodotti, in particolare quelli di “prima generazione”, che contengono delle formulazioni a rischio.
I ricercatori dell'Ohio State University (Usa) hanno scoperto che questo genere di prodotti, anche se non visibilmente a occhio nudo, intaccano lo smalto dei denti che tuttavia, sottolineano, si può recuperare se il dente è sano. «Stiamo parlando di una scala molto piccola. Ma, anche se l'effetto può non essere visibile per l'occhio umano, è ugualmente importante per la ricerca: perché ci mostra come si debbano migliorare i prodotti» ha dichiarato la dr.ssa Shereen Azer che ha coordinato lo studio.
Il test di cinque prodotti sbiancanti è stato eseguito applicando i trattamenti su campioni di denti umani. Confrontando i risultati e lo stato di salute dei primi con altri denti non sottoposti al trattamento, si è evidenziato come lo smalto e l’elasticità della superficie fosse stata ridotta in quelli trattati, anche se in misura minore.

L’effetto sbiancante, poiché solo di questi si tratta, in realtà non migliora la salute dei denti. Un po’ come per il famoso detersivo che lava più bianco che più bianco non si può, in questo caso l’effetto è solo ottico. Il candeggio dei denti avviene grazie al perossido di idrogeno o perossido di carbamide che attaccano le molecole pigmentate dello smalto bloccando la riflessione del colore giallino (naturale) sottostante.
A seguito dei risultati la dr.ssa Azer ha commentato «Oggi le persone tendono a vedere la bellezza nei denti candidi e certo gli sbiancanti hanno un effetto estetico, ma non senza effetti collaterali». Insomma, meglio denti meno “candidi” e finti, ma naturali e soprattutto sani.

(lm&sdp)
www.lastampa.it
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giovedì, 16 aprile 2009

Jill, la donna che ricorda tutto
Per gli scienziati è un mistero
Fa discutere il caso della signora Price e della sua memoria eccezionale, che continua a rimanere senza spiegazioni. Intanto lei continua a non dimenticare nulla

<b>Jill, la donna che ricorda tutto<br/>Per gli scienziati è un mistero</b>
NEW YORK - Una memoria di ferro, a cui non sfugge neppure il più piccolo, insignificante particolare. Come il giorno della settimana di una data di più di 20 anni fa, se faceva bel tempo o pioveva, o il giorno esatto in cui si è schiantato lo shuttle Challenger. La perfezione, insomma.

Esiste una donna che ricorda tutto: si chiama Jill Price, ha 43 anni, e, da quando il suo caso è stato scoperto, nel 2006, sta facendo spaccare la testa agli scienziati, alla ricerca di una spiegazione plausibile per questa sua abilità straordinaria. Una benedizione, di certo, ma anche una condanna: l'impossibilità di dimenticare. L'ultima, in ordine di tempo, ad occuparsi di lei è stata la rivista Wired, con un lungo servizio uscito pochi giorni fa.

Jill Price continua a far parlare di sè e della sua "condizione", per cui è stato coniato un nuovo termine scientifico: sindrome ipertimestica, ovvero, in parole povere, memoria eccezionale. La sua capacità di ricordare tocca tutti i campi: se le si chiede cosa successe il 16 agosto 1977 non solo ricorda che quel giorno morì Elvis Presley, ma anche che venne passata una legge sulle tasse in California. Che il 25 maggio dell'anno successivo un aereo cadde a Chicago, o che il 30 agosto 1978 fu la prima volta in assoluto in cui portò l'auto a far lavare. Alcuni di questi eventi possono aver avuto un significato particolare per lei, altri certamente no. Ma sulle sue straordinarie capacità gli scienziati continuano a discutere, lontani dall'aver risolto il puzzle.

Di Jill si parlò per la prima volta in un articolo scientifico pubblicato nel 2006 sulla rivista Neurocase dal dottor James McCaugh, uno dei principali esperti del mondo in materia di memoria, dapprima scettico, poi sempre più intrigato dal mistero. Tanto da coinvolgere altri due colleghi dell'Università di Irvine, in California, Elizabeth Parker, professore di neurologia e psichiatria, e Larry Cahill, professore associato di neurobiologia e comportamento, che hanno sottoposto la donna ad una serie di test.

Da quel momento Jill è finita sui più grandi network tv - Abc in testa - e quotidiani, dal Wall Street Journal a Usa Today, senza contare i talk show, da Oprah a 20/20. Ci sono altri testimonianze in letteratura scientifica di persone con una memoria prodigiosa - un caso per tutti, quello dell'uomo "che non dimenticava nulla", descritto dal neuropsicologo russo Aleksandr Lurija in un libro che ha ispirato poi Oliver Sacks - ma Jill, sostengono McCaugh e colleghi, è unica. Altri hanno una memoria eccellente, ma solo in alcuni campi, dallo sport all'arte. Altri ancora sono in grado di memorizzare all'istante un complicato brano musicale, ma hanno magari difficoltà nelle più semplici attività quotidiane. Jill, invece, ha una vita del tutto normale. E non scorda nulla.

Per dare una spiegazione a questa memoria eccezionale, i ricercatori hanno indagato in direzioni diverse, vagliando numerose ipotesi. Finora però non sono arrivati a nessuna conclusione certa. Una cosa, comunque, è sicura: Jill ama l'ordine, e presenta tendenze compulsive. Ogni cosa, in casa sua, deve avere un posto preciso. Lo stesso, forse, accade nel suo cervello, capace di catalogare in modo infallibile un'enorme quantità di dati.

(16 aprile 2009)

www.repubblica.it

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La Sindrome di Reiter o artrite reattiva


di Stefano D’Oria


La Sindrome di Reiter implica l’infiammazione di articolazioni (artrite), occhi (congiuntivite) e i genitali, oltre al sistema urinario e gastrointestinale. 

La S. di R. può avvenire dopo un infezione genitale o intestinale (dissenteria).

Si presenta con diverse caratteristiche con artrite psoriatica, spondilite anchilosante, malattia artritica di Crohn e colite ulcerativa.

Può influire sulle articolazioni, sulla spina dorsale, sugli occhi, sul tratto urinario, sulla bocca, sul colon e sul cuore.

Non esistono test di laboratorio sulla diagnosi della S. di R. Il marcatore genetico HLA-B27 è frequente.

Il trattamento della S. di R. è diretto verso le aree specifiche infiammate.


La Sindrome di Reiter è anche chiamata "artrite reattiva". Essa coinvolge il sistema immunitario reagendo alla presenza di infezioni batteriche nei sistemi urogenitali o gastrointestinali.

Di conseguenza, il sistema immunitario di certe persone è geneticamente esposto ad una reazione atipica quando queste aree sono esposte a certi batteri. Questa reazione atipica provoca una spontanea infiammazione delle articolazioni e degli occhi.

La S. di R. colpisce più di frequente pazienti di trenta o quarant’anni, ma può colpire in qualsiasi età.

La forma che colpisce maggiormente i maschi avviene dopo un infezione genitale, mentre quella causata da infezioni gastrointestinali è divisa in eguale misura tra i due sessi.

La S. di R. è considerata una malattia reumatica sistematica.

Come menzionato la S. di R. è in parte dovuta a cause genetiche. Ci sono certi marcatori genetici che sono più frequenti in pazienti affetti da S. di R. che nella popolazione normale. Per esempio, il gene HLA-B27 si trova comunemente in pazienti affetti dalla sindrome. Le persone con questa predisposizione genetica, esposti a determinate infezioni, possono sviluppare la malattia.

La S. di R. può nascere dopo un infezione venerea. Il batterio associato è un organismo chiamato Chlamidya. La sindrome può nascere anche dopo una dissenteria infettiva, con organismi batterici intestinali, come la Salmonella, la Shigella, Yersinia e Campylobacter.

Normalmente, l’artrite sviluppa uno o tre settimane dopo il contatto con il batterio infettivo.


Quali sono i sintomi della Sindrome di Reiter?


I sintomi possono essere divisi in quelli che colpiscono le articolazioni e quelli che colpiscono altre aree.

Le articolazioni classiche che vengono colpite sono: ginocchia, anche, piedi e polsi. Le parti del corpo colpite dall’infiammazione sono normalmente asimmetriche. L’infiammazione provoca rigidità, dolore, gonfiore, calore e rossore delle articolazioni colpite. I pazienti possono sviluppare infiammazioni delle dita sia della mano che del piede che possono dare l’apparenza di "dita a forma di salsiccia". Questo è anche visto in pazienti con un altro tipo d artrite associata con psoriasi, chiamata artrite psoriatica. L’artrite della S. di R. può essere associata con l’infiammazione della spina dorsale, dirigendo alla rigidezza e al dolore la schiena e il collo (caratteristica di tutte le spondiloarticopatie).

Le aree non articolari che provocano sintomi sono gli occhi, i genitali, il tratto urinario, la bocca, l’intestino e l’aorta.

L’infiammazione del bianco oculare (congiuntivite) e dell’iride è frequente, ma può essere intermittente. Quando c’è congiuntivite, può non esserci nessun dolore. Il contrario avviene quando è l’iride ad esser infiammato, specialmente quando si è a contatto con la luce del sole.

L’infiammazione del tratto urinario coinvolge l’uretra e le tube che prosciugano l’urina dalla vescica. Questa infiammazione (uretrite) può essere associata a bruciore nell’urinare e drenaggio di pus dalla fine del pene. La pelle attorno al pene può essere infiammata e squamata. La vescica e la prostata possono anche loro essere infiammate, provocando un’urgenza ad orinare.

La bocca può sviluppare ulcerazioni sia sul duro che sul soffice palato ed anche sulla lingua.

L’infiammazione dell’intestino può causare diarrea, o pus o sangue nelle feci.

L’infiammazione dell’aorta (aortite) si riscontra in piccola percentuale in pazienti affetti da S. di R. questo tipo di affezione provoca il danneggiamento della valvola aortica, con alterazioni del battito cardiaco (aritmia), che possono richiedere l’innesto di "pacemaker" per regolarizzare il battito.


www.clicmedicina.it


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categorie: salute

Operato per tumore, ha un abete nel polmone

15 aprile 2009 - L’oncologo Vladimir Kamashev, che ha operato Artyom Sidorkin per sospetto tumore al polmone, deve aver pensato qualcosa tipo “Pensavo fosse un tumore, invece era un abete” ed essere rimasto senza parole quando ha trovato un rametto d’abete di 5 cm con gli aghi conficcati nel tessuto polmonare del paziente al posto del cancro.

Escludendo l’ipotesi che il ragazzo abbia potuto ingerire il rametto intero, mentre all’ospedale di Udmurtian studiano il pezzo di polmone che ha fatto germogliare l’abete, si vaglia l’ipotesi che il Artyom abbia potuto inalare il seme, germogliato poi tra gli organi interni del corpo umano.

Così come è successo al ragazzo, che non ha mai accusato la presenza di un corpo estraneo, chissà quante altre particelle l’essere umano inala ogni giorno senza percepirne né la presenza, né eventuali danni o disturbi causati da particelle estranee e/o inquinanti. Ad ogni modo, la domanda sorge spontanea: come ci è finito un rametto di abete all’interno di un polmone umano? Via con le ipotesi!

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categorie: notizie varie
mercoledì, 15 aprile 2009

La tecnica della carezza: quando diventa un piacere
15 aprile 2009 

carezzeA pochi verrebbe in mente di categorizzare le carezze, studiarne la tecnica, invalidarne alcune movenze perché inefficaci? La carezza, in quanto gesto spontaneo d’affetto, non si può costringere nei dogmi della scienza. E invece sì, a quanto pare.

Un gruppo di ricercatori che fa capo alle Università di Gothenburg in Svezia e del North Carolina negli Usa, insieme a Unilever, ha scoperto che attraverso i cosiddetti recettori C-tattili la carezza assume i tratti dell’impulso nervoso nudo e crudo. Si trovano sparsi sul corpo, nelle zone dove il contatto è più frequente e facile ad instaurarsi. Per esempio sull’avambraccio.

Gli scienziati hanno trovato, analizzando 20 volontari, che questi recettori si trovano concentrati in determinate parti del corpo e vengono stimolati dal tocco di una mano secondo una preciso codice: se le carezze si fanno ad una velocità di circa 4-5 centimetri al secondo si raggiunge il picco del piacere, la carezza diventa gradevole, si attivano le connessioni cerebrali che spiegano le meccaniche del contatto amorevole tra madre e figlio e tra amanti.

Non solo tra amanti però, ma anche verso se stessi: i movimenti possono essere anche quelli con cui ci si spalma la crema idratante, per esempio. La cura di sé passa anche attraverso l’attivazione di fibre nervose che producono una sensazione di benessere e dunque inducono a ripetere l’esperienza.

Foto | Flickr

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categorie: notizie varie

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