Il dolore cronico è una malattia, e non un sintomo. Va diagnosticato e curato. Lo dice l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), lo affermano le scuole di medicina più all’avanguardia, lo ribadiscono economisti sanitari, conti alla mano. È stato calcolato negli Stati Uniti che solo il mal di schiena costa ben 100 miliardi di euro all’anno in ore di lavoro perse, farmaci sbagliati e ricoveri per le conseguenze di una terapia non appropriata. Se ben trattato, l’80 per cento di questa spesa sarebbe utilizzabile in altro modo. In Italia, 3 milioni di euro sono stati spesi nel 2007 per prestazioni e farmaci a causa del dolore e 3 milioni sono le ore lavorative perse in un anno.
Secondo un’indagine Istat, poi, nel 23% dei casi i pazienti dichiarano di aver dovuto cambiare la propria posizione sociale: quasi il 20% dei pazienti ha perso l’impiego (ogni anno in media i pazienti perdono per malattia 15 giorni lavorativi), il 28% è stato costretto a un cambio peggiorativo di mansione, il 20% ha cambiato lavoro. Chi è colpito ha un’età media di 48 anni. Età in cui non è bello ritrovarsi a spasso e sofferenti. Cifre enormi, perché enorme è l’incidenza del dolore cronico non da cancro: un cittadino su cinque, americano o italiano che sia. Il 20% della popolazione adulta europea, con picchi in Norvegia, Belgio e Italia (a pari merito con la Polonia). Sessanta milioni sono i sofferenti negli Stati Uniti, 75 milioni in Europa, 12 milioni in Italia. E solo per il 7 per cento di questi un cancro ne è la causa. Curiosità: di dolore cronico soffre un terzo di tutte le casalinghe europee. Il mal di schiena è al primo posto per giorni di lavoro persi e qualità di vita rovinata: negli Stati Uniti ne soffre il 30% di chi si reca dal medico per una cura analgesica. Il mal di testa (emicrania, cefalea), al secondo posto, con il 20-25%. Poi c’è un 45% dovuto a patologie osteoarticolari da suddividere tra schiena e articolazioni, tra malattie degenerative e eredità di traumi da sport o incidenti. Per arrivare a malattie come l’artrite reumatoide. E non va dimenticato il classico «fuoco di Sant’Antonio». Quando si soffre, in pochi casi in Italia vi sono specialisti competenti. Paese, il nostro, dove per tradizione e cultura soffrire sembra un obbligo. Il più delle volte la cura è per sentito dire. Se va bene c’è il consiglio del farmacista, se va male il classico anti- infiammatorio di cui i cassetti degli italiani sono pieni. Spesso il dolore resta ma è lo stomaco a soffrire. I centri specializzati (diagnosi e terapia del dolore adeguata) sono circa 200 e 3-6 mesi sono i tempi d’attesa per una visita specialistica. Chi è dilaniato dal mal di testa può aspettare sei mesi? Soffrire non è un obbligo, ma in Italia sembra che ancora lo sia. Nella cura del dolore, inquadrato come malattia, il mondo ha fatto passi da gigante soprattutto negli ultimi dieci anni. «Oggi si può affermare che il 90% di chi soffre trova la giusta cura. L’importante è proporla», dice Paolo Mariconti, presidente della sezione milanese della Fondazione Isal.
La medicina italiana, inoltre, ha l’etichetta di «oppiofobica» pur essendo morfina e suoi derivati uno dei parametri su cui si basa l’Oms nel valutare una corretta terapia del dolore. L’Italia è ancora ultima in Europa e tra i Paesi ricchi in numero di dosi utilizzate. Anche se, a piccoli passi, sembra avviarsi nella direzione giusta. Lo confermano i dati del Centro studi Mundipharma: «Per quanto riguarda l’impiego di farmaci oppioidi nella terapia del dolore cronico, si evidenziano in Italia i primi importanti segnali di crescita. Nonostante continui ad occupare l’ultimo posto in Europa per spesa e consumo procapite (rispettivamente: 0,74 euro e 69,12 milligrammi a testa), è il nostro Paese ad aver registrato il maggiore incremento nel 2008 rispetto all’anno precedente, con un più 23,83% sulla spesa per singolo cittadino, contro un più 6,76% della media europea. Ma dipende dal terreno da recuperare, che è molto. Tradotto: se nel 2006 le dosi vendute bastavano a non far soffrire la metà dei malati terminali di cancro (65 mila), nel 2008 si è saliti al 70% (circa 95 mila). Questo, però, senza curare il dolore cronico non da cancro. Una delle difficoltà era la prescrizione di questi farmaci. Oltre all’oppiofobia della nostra medicina, c’era la burocrazia. Rimossa soltanto ora dal viceministro Ferruccio Fazio, che ha dato ordine a Guido Fanelli, coordinatore della commissione ministeriale per la terapia del dolore e le cure palliative, di riformare «radicalmente» il settore.
Primo atto del viceministro Fazio, con ordinanza in vigore dal 20 giugno 2009, azzerare la burocrazia per farmaci anti-dolorifici quali gli oppioidi: niente più ricettari speciali, né registri di entrata e di uscita, né obbligo di conservarli in armadi chiusi a chiave. Insomma sono diventati anche per la burocrazia italiana farmaci normali, prescrivibili come gli altri e non come «sostanze stupefacenti ». C’è poi un disegno di legge sul trattamento del dolore che prevede una rete di centri specialistici e i medici di famiglia come primo cardine della terapia. In commissione, il ddl è stato criticato dall’ex ministro della Salute Livia Turco. Soprattutto per la mancanza di fondi. «Francamente siamo un po’ stupiti dal fatto che su un tema per sua natura sottratto alla contesa politica, come la cura del dolore, si accendano polemiche da parte dell’opposizione — commenta Mauro Martini, presidente nazionale del sindacato Snami —. Come medici di famiglia, che ogni giorno hanno a che fare con i pazienti che soffrono, riteniamo fondamentale che si sia imboccata la strada giusta». L’obiettivo di Fazio è quello di un «territorio senza dolore». Con quali fondi? Spiega Fanelli: «Il 25 marzo 2009 la conferenza Stato-Regioni ha approvato la proposta di Fazio nel destinare a progetti sul dolore 100 milioni di euro ricavati dagli obiettivi di piano delle Regioni (un miliardo e 400 milioni di euro per obiettivi specifici). Cento milioni all’anno, per tre anni: 94 al dolore in generale, mezzo milione per un osservatorio nazionale su organizzazione e sprechi, 4.5 milioni all’anno alle cure palliative. Il Veneto ha già presentato un progetto di legge. Il ministero ha poi stanziato 300 mila euro per il 2008 per un progetto pilota di tutor per formare medici di famiglia in Veneto, Emilia Romagna, Lazio e Sicilia. Il progetto è già partito». Sprechi? Risponde Fanelli: «In un anno più di 50 mila morti con neoplasia in reparti per acuti, nonostante gli hospice, con un milione di giornate di degenza pari a 346 milioni di euro di spreco. Quei malati non possono stare in reparti per acuti, ma o negli hospice o assistiti a casa». Tutti soldi che sarebbero stati utili alla rete «territorio senza dolore».
Mario Pappagallo
29 giugno 2009
